Presentato a Pompei il libro “San Bartolo Longo educatore”
POMPEI. Quanti sono i libri che sono stati scritti su San Bartolo Longo? Oramai se ne è perso il conto. Ad ogni presentazione una folla di pompeiani interviene ad ascoltare, ricordare o contribuire con nuovi aneddoti alle notizie conclamate su un personaggio, che probabilmente non finirà mai di sorprendere per l’ostinazione con cui ha perseguito risultati lusinghieri nelle sue iniziative, all’epoca innovative e di grande impatto sociale.
Per questi buoni motivi abbiamo partecipato volentieri alla presentazione del volume “San Bartolo Longo Educatore” anche per la stima nei confronti di Alfonso Carotenuto e Domenico Cortiglia, i due autori, modelli di uno stile di vita (il primo come docente, il secondo quale allievo esemplare) ispirato a valori predicati dal Santo Mariano, dotato di un sano pragmatismo laico ed una fede militante che oltrepassava le aspettative della gente, perseguendo una santità verificabile dalle iniziative palpabili e meritevoli dell’apprezzamento di credenti e non credenti, anche se furono in molti ad ostinarsi a negarne valore e beneficio sociale.
Era il 2015 l’anno in cui fu decisa la chiusura delle scuole professionali (maschili e femminili) che provvedevano all’educazione dei ragazzi del comprensorio (un tempo anche figli dei carcerati) nel centro di accoglienza ora intestato al Santo, gestito dalla congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane.
Il provvedimento fu risolutamente portato a compimento, perché gli introiti delle iscrizioni non erano sufficienti a coprire le spese d’esercizio dell’iniziativa scolastica.
Noi, nei limiti del nostro libero esercizio d’informazione locale, abbiamo divulgato a quell’epoca le opinioni di favorevoli e contrari.
Tra i secondi figuravano i punti di vista espressi da operatori scolastici, allievi, familiari e quanti altri frequentatori e/o beneficiari dell’istruzione profusa dal Santuario di Pompei, i quali cercarono di salvare un’iniziativa che, secondo Alfonso Carotenuto (che intervistammo a suo tempo) ed altri docenti (come Antonio Morese, intervenuto nel dibattito del 20 ottobre 2026) cercarono inutilmente di salvare l’eredità più significativa del Santo Fondatore di Pompei.
Egli, con felice intuizione, aveva progettato la formazione professionale di ragazzi svantaggiati, adeguandola ai tempi e alle richieste del mercato del lavoro.
Si partì dall’insegnamento della composizione artigianale dei caratteri di stampa e le attività primarie della tipografia industriale per sostenerne l’emancipazione sociale e lo sviluppo economico di una comunità arretrata, povera di idee, di mezzi e di risorse ma, grazie a Bartolo Longo, non anche di speranza.
Ora, i gravi incidenti di cronaca nazionale, sintomo di un malessere generazionale e nazionale prodotto dal disagio sociale dovuto all’insufficienza di risorse riservate alla scuola pubblica e alle politiche giovanili, dimostrano che prima o poi si pagano con gli interessi le conseguenze dei ritardi in questo settore fondamentale per ogni comunità.
Anche se i richiamati episodi di cronaca sono ingiustificabili a causa della violenza che li hanno caratterizzati, essi rappresentano il risultato della scarsa attenzione di un ceto dirigente nazionale evidentemente distolto da diversi interessi.
La storia recente del nostro Paese attesta che negli ultimi venti anni è stata sottovalutata l’efficacia (prima sostenuta e valorizzata) della leva egualitaria che caratterizzava la scuola pubblica, aperta indifferentemente a ragazzi di qualsiasi ceto sociale, sesso e provenienza. Iniziativa che ora è la cenerentola tra le tante coltivate dal Governo nazionale.
Per questo motivo ci conforta apprendere, dalla conversazione pubblica avviata nel salone del Consiglio Comunale in occasione della presentazione del volume su Bartolo Longo, che il primo cittadino ed i suoi delegati nell’amministrazione pompeiana sono di tutt’altro orientamento sulla scuola pubblica e sui concetti di eguaglianza degli esseri umani a fondamento della dottrina cristiana e nel percorso educativo tracciato dal patrono di Pompei.
Tortora e compagni, sin dalla campagna elettorale, hanno dichiarato pubblicamente di avere la ferma intenzione d’anteporre la cultura e la formazione professionale dei giovani svantaggiati al primo posto, insieme alla tutela degli anziani, dei ceti deboli e alle iniziative urbanistiche e sociali per il superamento del degrado delle periferie.
Al momento, siamo ancora fermi alle dichiarazioni pubbliche ed alla riconversione di poste di bilancio, è vero. Ma è altrettanto vero che sono finite le vacanze estive ed a breve i provvedimenti dovrebbero seguire ai proclami e alle buone intenzioni.
Abbiamo a Pompei un Santo meridionale che, come ci ha spiegato egregiamente il rettore magnifico dell’Università “Giustino Fortunato” di Benevento, Giuseppe Acocella, introdusse a Pompei le medesime iniziative di sostegno sociale che hanno reso famoso Don Bosco ed altri riformatori sociali della chiesa piemontese più fortunati negli attestati di consenso nazionale.
Acocella e gli altri intellettuali cattolici intervenuti incisivamente nel convegno hanno spiegato (riferendosi esplicitamente all’incidenza politica in questo contesto di un Santo meridionale) senso, forza ed orientamento per la pace della Chiesa di Cristo che si erge, con papa Francesco prima ed ora con Papa Leone XIV, a baluardo inespugnabile a difesa dell’umanità fragile del mondo pronto a denunciare, senza lasciarsi intimidire, la prepotenza dissennata di questi nostri tempi di ritorno alle barbarie.
A questo punto, tornando al nostro locale, l’amministrazione comunale di Pompei non è più in grado di disattendere all’impegno assunto col suo elettorato di proseguire su un percorso di iniziative di miglioramento sociale complessivo.
Una deviazione fuori programma avrebbe il significato di un tradimento dei valori (anche religiosi) alla base della città di Pompei, dotata di una matrice esemplare, che porta il sigillo del Santo Patrono Bartolo Longo.
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