Nascita, alimentazione, vestiario, divertimento e credenze: la vita dei poveri a Pompei

POMPEI. Nell’antica Pompei non c’erano solo i ricchi che abitavano le case sfarzose e finemente decorate che siamo abituati ad ammirare, anzi. La maggior parte della popolazione (circa l’80%) era composta da persone che con difficoltà riuscivano a procurarsi il sostentamento necessario per sopravvivere.

Erano schiavi, servi o umili lavoratori che vivevano in ambienti angusti e precari. Insomma non se la passavano proprio benissimo. Vediamo quali erano gli aspetti salienti della vita di chi non aveva la fortuna di nascere in una casa della classe agiata.

La vita dei bambini nell’antichità è quanto di più fragile ed impalpabile si possa immaginare. Pericoli legati alla gestazione e al parto, malattie e mancanza di medicinali efficaci, infanticidio ed abbandono legalizzato, in una società che considerava l’infanzia una semplice tappa della vita, determinavano un tasso di mortalità, entro il primo anno di vita, del 30-40%. La morte colpiva prevalentemente i bambini delle famiglie di livello sociale basso, come poveri e schiavi.

Anche il regime alimentare era un importante indicatore di differenziazione sociale. Alla base dell’alimentazione vi era il pane, consumato anche da solo dai più poveri, o associato ad altri cibi che potevano essere via via più elaborati e ricercati, salendo la scala economica e sociale.

Il ceto medio-basso mostra differenze tra la dieta dei servi e degli schiavi, caratterizzata da cibo specifico e razionato, e quella dei mercanti, dei bottegai e dei lavoratori, la cui alimentazione prevedeva invece un maggior numero di ingredienti, sebbene combinati in preparazioni abbastanza standardizzate.

Nello stesso nucleo abitativo delle classi agiate, potevano coesistere persone di ceto sociale diverso. “Familia” (da famulus, schiavo) indica la famiglia romana, cioè l’insieme dei membri sottoposti all’autorità del capo famiglia: liberi (la moglie e i figli legittimi) e schiavi.

Gli schiavi, privi di ogni diritto, erano strumenti di produzione, al pari di un utensile, ma con il possesso della parola. I servi, che ricevevano cure in relazione al loro valore, erano numerosi nelle famiglie più agiate, con tante competenze legate alla casa e ai padroni.

Nelle ville di campagna la familia rustica era composta dagli schiavi utilizzati per lavori agricoli. La ribellione e l’evasione, in caso di lavori più pesanti, potevano essere sedate anche con l’uso di ceppi. L’utilizzo sessuale delle schiave per il piacere del padrone era una pratica diffusa, ma non era considerata prostituzione, esercitata invece a pagamento, spesso da schiave, in luoghi pubblici e per strada.

Come capita ancora oggi, anche l’abbigliamento contribuiva a distinguere l’appartenenza sociale di un individuo. Tunicatus populus era il modo per indicare il ceto più basso della popolazione, che possedeva come unico vestito solo la tunica e non aveva diritto ad indossare, al di sopra di essa, la toga, come invece l’élite.

La tunica più frequente tra i lavoratori e gli schiavi è esomide, lunga fino a metà coscia, fissata sulla spalla da una fibula e fermata in vita da una cintura. Questo perché i lavori pesanti esigevano abiti idonei alla libertà nei movimenti. Un altro tipo di tunica era lunga al ginocchio, trattenuta da fibule su entrambe le spalle, con maniche che lasciavano scoperte le braccia.

I mantelli, in materiali grezzi, venivano utilizzati sopra alle tuniche per trovare riparo dal freddo e dalle intemperie. I confronti tra i frammenti tessili carbonizzati e le tracce di stoffa impresse sui calchi delle vittime provano la diffusione di indumenti realizzati con standard qualitativi diversi a seconda dello status sociale ed economico.

Anche gli schiavi, i liberti o i liberi lavoratori trascorrevano momenti di divertimento. Potevano essere brevi soste dal lavoro o momenti rubati alla sorveglianza del padrone, in cui scambiare chiacchiere con gli amici, fare due tiri a dadi per strada o nei locali, intrattenersi agli spettacoli di farsa popolare come l’atellana, ai giochi nell’Anfiteatro, fino all’occasione di festa principale dell’anno: i Saturnalia. Celebrati dal 17 dicembre in onore di Saturno, erano giornate straordinarie in cui si abolivano le differenze tra liberi e schiavi e tutti avevano diritto alla festa.

Il viaggio mercantile, invece, poteva rappresentare un’occasione di riscatto per le classi più umili. Spesso effettuato via mare e per motivi commerciali, era un’esperienza di vita piena di rischi, come ricordano gli antichi, ma anche fonte di arricchimento economico e opportunità di conoscenza.

Attraverso le rotte marittime giungevano a Pompei prodotti finiti, materie prime e persone; spesso le classi non elitarie, prive di possibilità o motivazioni per viaggiare, avevano con loro il primo e unico contatto con culture straniere. Ma non per tutti era così: servi e uomini liberi potevano far parte dell’equipaggio delle navi, mentre gli schiavi spesso viaggiavano sotto forma di merce.

Infine, gli aspetti più trascendentali della vita dei poveri. In cosa credevano gli abitanti “dell’altra Pompei”? Soprattutto nei culti di Dioniso e Iside. Legati ad attività commerciali e agricole, sono però anche culti connessi alla possibilità di cambiamento, di promessa di una vita nuova.

Le valenze salvifiche di questi rituali si connettono così al tema finale, della morte, l’ultima fase della vita di un individuo, anch’essa diversa a seconda del livello socio-economico. Nelle tombe di medio livello veniva riposta l’urna in cui erano raccolti i resti combusti dei defunti e delle offerte sparse durante il rituale dell’incinerazione.

Redazione Made in Pompei

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Made in Pompei è una rivista mensile di promozione territoriale e di informazione culturale fondata nel 2010.

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