Igiene e medicina nell’antica Pompei

Dalle terme al bisturi: la pulizia personale e le pratiche chirurgiche in uso nella vita pompeiana di duemila anni fa

POMPEI. Un pozzo profondo 42 metri, scavato vicino Porta Vesuvio, dimostra l’importanza che aveva l’acqua nell’antica Pompei. Tanto che per procurarsene si arrivava fino alle profondità del sottosuolo, muniti di lucerne per avvertire (col loro spegnimento) il pericolo di emissioni mefitiche. Vitruvio sosteneva l’importanza di sorgenti d’acqua per la fondazione delle città. A Pompei il prezioso liquido si lasciava scorrere per le strade allo scopo di tenerle pulite. L’acqua serviva anche a pulire le ferite e nell’igiene personale. Le acque reflue non si smaltivano nelle fognature, ma fluivano nei canali di scolo esterni alle mura di Pompei, che non era dotata di una rete fognaria sufficiente, per questo motivo i liquidi residui si smaltivano nei pozzi assorbenti.

Molte iscrizioni murali di Pompei contenevano minacce rivolte ai cacatores che sporcavano le strade anziché utilizzare le latrine pubbliche, perché solo le case dei ricchi erano dotate di servizi igienici. Nel I secolo d.C. a Pompei la dieta alimentare, prescritta dai medici insieme agli esercizi fisici e all’idroterapia, era ritenuta la soluzione migliore per prevenire e combattere le malattie. Le diete prevedevano alimenti specifici contro i singoli problemi. Erano molto diffuse le tisane e si frequentavano le terme pubbliche e private per il benessere fisico. Veniva imposta l’igiene corporale con editti pubblici che prevedevano sanzioni per gli sporcaccioni.

Si frequentavano le terme per combattere le malattie, specialmente quelle della pelle. La sudatio o bagno di sudore per il mondo romano (e pompeiano) era ritenuto il bagno per eccellenza. Per motivi di igiene pubblica si consentiva la frequentazione delle terme agli schiavi. Il bagno serviva ad espellere le sostanze tossiche dall’organismo, normalizzare la pressione arteriosa e riattivare il metabolismo, beneficiando lo stato psichico. Valeva la convinzione che un corpo pulito difficilmente si ammala. Le terme pubbliche erano gratuite e contornate da botteghe private. Le terme suburbane erano ad uso privato.

Bagno Pompeiano (Domenico Morelli, 1861)

Alla frequentazione delle terme si abbinava la pratica sportiva. Per questo motivo erano dotate di palestre dove si praticava il lancio del disco, quello del giavellotto, la corsa ad ostacoli, il pugilato e il gioco delle bocce. Il nuoto si imparava fin da bambini. Per un romano (e pompeiano) era considerato un disonore non saper nuotare: per questo le palestre erano dotate di grandi vasche per il nuoto (natatio). Esisteva il sapone che era molto costoso, non sgrassava ma ammorbidiva la pelle. Il profumo aveva così tanto valore che si conservava in cassaforte.

L’igiene fisica si praticava anche a tavola, dove zampilli d’acqua ai bordi dei triclini e canalette ai medesimi servivano per lavare le mani. Si cambiavano periodicamente gli abiti per lavarli e si utilizzava l’ammoniaca delle urine per sgrassarli. Bacinelle specifiche (pelvis) servivano all’igiene intima. Si tagliavano i capelli e si utilizzavano appositi pettini per eliminare i pidocchi. I semi di lino si utilizzavano per levigare la pelle e le unghie; il cumino per schiarire l’incarnato; l’orzo misto a miele e sale per sbiancare i denti e profumare l’alito.

La medicina curava i mali interni all’organismo, la chirurgia serviva alla cura delle ferite ed amputare gli arti (nella foto di copertina, particolare dall’affresco di Enea ferito). Contro il dolore si usava drogare i pazienti con apposite erbe. Le ferite si disinfettavano con l’oro e un preparato a base d’aceto. Nei lupanari sono state trovate bacinelle e bottiglie d’aceto, che serviva da disinfettante e da contraccettivo. Contro le scottature si usavano foglie di bieta. Le verruche si eliminavano con la feccia del vino o i fichi acerbi cotti nell’acqua. Le lenticchie cotte nel miele curavano i geloni, le pustole e le scottature. Le donne curavano l’acne con una pomata di resina, allume e miele.

Le macchie del viso e le lentiggini si eliminavano con le maschere di bellezza di argilla azzurra, farina d’orzo, mandorle amare ed erbe pestate ed amalgamate nel miele. Le romane (e pompeiane) tenevano alla pulizia della pelle, perciò fiorì il commercio di detergenti cosmetici. A Pompei sono state rinvenute fabbriche di profumi e saponi e da scritte elettorali è provata l’attività di mastri unguentari. Si vendevano le erbe mediche, radici e tuberi dei fiori, frutti, semi e cortecce, che si conservavano in cassette di legno a scomparti e porte scorrevoli.

A Pompei sono state trovate cassettine farmaceutiche con medicinali negli scomparti. Al pater familias competeva la preparazione dei medicamenti. A Pompei è stato rinvenuto un urceo (brocca) con l’iscrizione: faecula aminea Musae ad varia petita (fecola aminea di Musa adatta nella cura di varie malattie). Era un medicinale a base di vino prescritto da Antonio Musa (il medico di Augusto). A Roma (come a Pompei) erano più numerosi i medici specialistici che quelli generici.

Strumenti chirurgici (esposti a Ercolano nella mostra SplendOri)

Erano numerosi i medici ocularii, che curavano i fastidi agli occhi con il collirio, medicinale liquido o più spesso solido, preparato con materie vegetali o minerali. La medicina, tuttavia, associava spesso le pratiche magiche ai rimedi scientifici. A Pompei sono stati rinvenuti moltissimi amuleti: mani pantee, falli ritti, vulve aperte, uomini piegati nell’atto della defecazione e, spesso, un occhio (certamente quello del malocchio) trafitto da un’arma appuntita. Molte sostanze prescritte dai medici pompeiani vengono ancora utilizzate nella medicina popolare.

L’aglio è menzionato in 60 ricette tramandate da Plinio contro il veleno dei morsi di serpente, emicrania, ulcera, epilessia ecc. Molto usato nella farmacopea romana era l’oppio (utilizzato come antidolorifico e nella preparazione dei colliri). Si otteneva dalla macerazione del papavero o per incisione del calice. A Terzigno, in una villa rustica, furono ritrovate erbe carbonizzate (una notevole quantità di trifoglio, erba medica mista a silene notturna e presenze di favino e pisello) custodite nell’Antiquarium di Boscoreale. Erano note le proprietà astringenti del tannino contenuto nel melograno e le virtù febbrifughe e antivomitive del succo del suo frutto acerbo.

Un graffito di una colonna della Palestra Grande a Pompei cita la peonia come pianta medica calmante. Erano utilizzati medicamenti di natura minerale come l’auripigmentum (solfuro giallo di arsenico) per disinfettare le ferite. L’argilla serviva a curare le malattie della pelle ed era alla base di molti medicamenti. A Pompei sono stati rinvenuti contenitori di vetro a base quadrata, utilizzati dallo “speziale” per diluire i medicamenti, con residui di argilla sul fondo. Amalgamata con sostanze vegetali o animali, l’argilla veniva ridotta in pastiglie sulle quali il medico imprimeva il suo sigillo.

A Pompei furono ritrovate ampolle – ora esposte nell’Antiquarium di Boscoreale – contenenti micromolluschi in infusione, forse per ricavarne qualche principio attivo. Nella medicina pompeiana si credeva che esistessero cibi (come il cavolo) che curavano tutti i mali. Gli avvelenamenti da serpenti erano molto temuti e molti antidoti furono approntati per neutralizzarlo. False credenze indussero temere anche il morso della tarantola, che invece è innocuo. Per gli avvelenamenti alimentari si provocava prima il vomito poi si prescrivevano gli antidoti. La chirurgia era la terapia più efficace nella traumatologia.

Per la cura delle ferite ebbe sviluppo la farmacologia. Per cicatrizzarle si utilizzavano l’albume d’uovo, il miele cotto, le lumache polverizzate insieme ai gusci, i semi di lino, l’incenso, la mirra e l’argilla rossa di Lemno, che fu il più usato. A Roma (come a Pompei) i chirurghi erano in grado di eseguire il parto cesareo, la rimozione della cornea in caso di cataratta, la riduzione chirurgica delle ernie, quella delle fratture, finanche la trapanazione del cranio. Eseguivano, inoltre, la cauterizzazione delle varici e la rimozione dei calcoli dalla vescica. Amputavano arti o estirpavano cancri o recidevano ossa, utilizzando come anestetici l’oppio o il succo di mandragola bianca. Si praticavano anche estirpazioni di denti malati, e la chirurgia plastica per eliminare dalla pelle i marchi della schiavitù.

La scoperta nel 1771 della Casa del Chirurgo a Pompei fece scalpore col ritrovamento di circa 40 strumenti chirurgici chiusi in custodie metalliche e una cassetta a scomparti contenente polveri farmaceutiche. Sul muro della Palestra Grande a Pompei, è stato scritto il nome di un medico operante nella città, Pierus Terentius Celadus che, stando ai ritrovamenti, doveva possedere uno strumentario chirurgico straordinario. Merita menzione, per l’elegante fattura e l’abile esecuzione, un forcipe a branche curve proveniente da Ercolano, composto da due pezzi uniti da un perno.

Le donne romane (e pompeiane) partorivano sulla cosiddetta “sedia ostetrica” munita al centro del sedile di un’apertura per la fuoriuscita del neonato. Notevoli tracce attestano la presenza di un servizio sanitario pubblico a Pompei. Presso la porta principale della Palestra Grande era sistemato un presidio di pronto soccorso. La cassetta in legno di pronto soccorso (theca vulneraria) con molti ferri chirurgici, qui rinvenuta accanto a un gruppo di scheletri di fuggitivi, doveva certamente essere appartenuta a quel Pierus Terentius Celadus, medico, che era sicuramente uno di loro. Su una parete della stazione sanitaria si descrive il soccorso che prestò ad un certo Amando.

Il ritrovamento di ferri chirurgici sul pavimento di un ambiente della Casa del Chirurgo, abbandonati forse per sfuggire alla tragedia che si stava compiendo, lascia supporre che il padrone di casa fosse un medico. Una bottega della via Consolare è stata identificata come “officina farmaceutica” a causa del rinvenimento di vasi e bottiglie con residui di preparati chimici, pillole, un cucchiaio e un piattino per unguenti. Strumenti medici e balsami sono stati trovati anche nella Casa di Pupio, nella Casa del Centauro e in quella di Vettius Caprasius; la casa del Medico al piano soprastante aveva l’abitazione privata mentre al pianterreno si riceveva la clientela. È stato ritenuto che la Casa di Philippus fosse una clinica con attrezzature mediche come sonde, un astuccio, due pinzette, un contenitore per pomata, 27 bottigline.

Anche la Casa del Medico Nuovo di via dell’Abbondanza è ritenuta una clinica a causa del ritrovamento di strumenti chirurgici in tutte le stanze. La presenza di strumenti chirurgici nella Casa di Marcus Lucretius, fra tanti altri oggetti dell’attività commerciale, fa supporre invece che un membro della famiglia fosse medico e che il negozio annesso, dove furono ritrovati un astuccio da cerusico e strumenti di metallo, fosse una rivendita di ferri chirurgici o un ambulatorio medico. La Casa del Medico dei Gladiatori, adiacente alla caserma, ha davanti alla facciata due panche in pietra per l’attesa dei pazienti del turno d’entrata. Nell’ambulatorio furono ritrovati vari attrezzi chirurgici. In un ambiente ritenuto l’ambulatorio della casa del Medico Nuovo furono trovati piccoli strumenti chirurgici in ferro, un forcipe, uno speculum uteri, varie pinzette dentro una cassetta di legno.

mm

Mario Cardone

Giornalista, economista ed ex bancario, ha una moglie, una figlia e quattro gatti; ex socialista ex sindacalista Cgil

Lascia un commento