Viaggiatori a Pompei: Goethe e la sua visita agli scavi

Lo scrittore dirà: “Molte sciagure sono accadute nel mondo, ma poche hanno procurato altrettanta gioia alla posterità”

POMPEI. Dopo la riscoperta nel 1748, ad opera degli scavi borbonici, Pompei diventa meta dei viaggiatori di tutta Europa. Nel 1763 un’iscrizione identificava il sito come Rei Publicae Pompeianorum in quanto prima i resti vennero identificati con quelli dell’antica Stabiae. I viaggiatori, rampolli dell’alta aristocrazia europea e mossi dallo spirito romantico di scoperta delle ruine, videro alcune aree della città ormai riportate alla luce come l’area di Porta Ercolano con la via dei Sepolcri e l’area dei teatri, con il tempio di Iside.

Le vedute come quella di Jacob-Philippe Hackert del 1799 testimoniano lo stato degli scavi in epoca antica, in uno scenario completamente diverso da quello attuale, quasi irriconoscibile, della Pompei moderna. Campagne, vigneti, animali da pascolo sono gli abitanti della città antica appena riscoperta e, seguendo lo spirito romantico tipico dell’epoca, restituiscono un’immagine bucolica in cui la natura e non l’uomo sembra avere il sopravvento. Gli scavi borbonici, differentemente dalla nostra cultura archeologica, furono mirati a riportare in luce preziosi tesori e non a documentare la stratigrafia di seppellimento di Pompei. Fra fine Settecento e inizio Ottocento cominciarono a formarsi le prime raccolte di reperti, prima alla Reggia di Portici e, poi, a Napoli nel Real Museo Borbonico, primo nucleo dell’attuale Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Nel 1786 arriva in Italia uno scrittore affermato nel panorama europeo, Johann Wolfang Goethe, ammiratore di Winckelman, amante dell’archeologia, dell’arte e del paesaggio. Le sue tappe, dopo Roma, furono Napoli e la Campania e le sue descrizioni sono minuziose. A Pompei lo scrittore giunge con l’amico pittore Tischbein e scriverà nel suo “Viaggio in Italia”: “Domenica andammo a Pompei. Molte sciagure sono accadute nel mondo, ma poche hanno procurato altrettanta gioia alla posterità. Credo sia difficile vedere qualcosa di più interessante. Le case sono piccole  e anguste, ma tutte contengono all’interno elegantissime pitture. La porta cittadina, con l’attiguo sepolcreto. Un posto mirabile, degno di sereni pensieri”.

Ancora su Pompei Goethe scriverà in una lettera all’amico Zahn del 1832 e in particolare sul Mosaico di Alessandro della Casa del Fauno, per confessare di ritenere inutile l’impresa di cercarne una spiegazione completa. L’interesse che Pompei scatena nell’immaginario collettivo determina un’organizzazione della visita e ben presto nascono prime strutture ricettive, come l’Osteria del Lapillo accanto a quello che diventerà successivamente l’ingresso di Porta Esedra, ancora attiva nel ‘900. Foto: file James Steakley / artwork Jacob Philipp Hackert (Public domain)

 

Alessandra Randazzo

Alessandra Randazzo

Classicista e comunicatrice. Si occupa di beni culturali per riviste di settore.

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