Il verde e i giardini nell’antica Pompei, tra spazi illusionistici e orti coltivati

La città vesuviana era ricca di spazi verdi, anche nelle domus private: c’erano spazi messi a coltura e parchi lussuosi





POMPEI. Immaginare Pompei come una città con ampi spazi dedicati al verde oggi è difficile, presa com’è dal grande via vai di turisti. Ma grazie agli affreschi presenti in molte domus con raffigurazioni di giardini fantastici e agli ampi studi di archeobotanica, gli studiosi oggi sono riusciti a ricostruire quella che doveva essere l’area verde interna e privata di una casa. In genere, soprattutto nelle tipologie abitative più arcaiche, non esisteva un vero e proprio giardino, ma era preferibile, anche per l’economia familiare, avere a disposizione un ricco hortus, un orto coltivato per la produzione di verdura e frutta.

Verso la fine del II secolo a.C. e poi soprattutto a partire dal I secolo a.C., l’hortus viene circondato da un peristilio che progressivamente acquisisce le caratteristiche di un vero e proprio giardino. Ad influenzare questa moda, sicuramente le tendenze che provenivano dall’Oriente e in particolar modo dalla cultura ellenistico-alessandrina. Vaste aree della casa furono così destinate a verde, che divenne parte integrante delle abitazioni più lussuose grazie a giardinieri professionisti che diedero vita all’ars topiaria: il giardinaggio.

Un’eco del lusso del verde pompeiano la possiamo trovare oggi nelle pitture parietali che adornano i triclini delle case e che presentano una grande varietà di alberi, specie vegetali, uccelli di ogni specie e fontane monumentali, spesso utilizzati come prospettive illusionistiche per ampliare verso un immaginario spazio esterno un ambiente interno. Tuttavia l’immagine del verde è stata ripresa solo recentemente a Pompei, grazie anche al prezioso studio e alle campagne di garden archaeology promosse da Wilhelmina Jashemski o al lavoro di Anna Maria Ciarallo, grazie ai quali si è potuto ricostruire un ampio repertorio botanico e floristico che documenta le molteplici varietà e diversità biologiche che disegnavano il verde di Pompei e che popolavano una città romana del I secolo d.C.

Durante la gestione borbonica del sito, il verde era lasciato abbastanza incolto, spesso circondato da ruminanti che ne mangiavano le piante più infestanti e con l’idea della “città-ruina romantica” tanto amata dai viaggiatori e dagli scrittori del tempo. Dopo l’Unità d’Italia e l’apertura al pubblico degli Scavi, la gestione del verde venne ripensata con l’eliminazione delle piante infestanti e la cura di quegli arbusti che andavano ad introdursi con le radici all’interno di cavità murarie, ormai diventate un tutt’uno con l’architettura. Inoltre, vennero sostituiti i platani, la cui manutenzione era particolarmente costosa, con la messa a dimora di pini marittimi così da creare ampie porzioni d’ombra per i visitatori, mentre cipressi furono piantati a bordura di giardini e domus.

Ulteriori cambiamenti avvennero in epoca fascista, quando ad essere messe a dimora furono piante esotiche e palme all’interno delle domus aperte al pubblico e nei viridaria. La creazione di un Laboratorio di Ricerche Applicate all’interno del sito, a partire dagli anni ’80, è stato inoltre un prezioso incentivo per lo studio di tutti gli spazi verdi pubblici e privati di Pompei, soprattutto perché si è riusciti a restituire una corretta immagine, molto vicina a quella riscontrata sugli affreschi dei giardini della città vesuviana.

Le fonti antiche, le rappresentazioni pittoriche e le analisi archeobotaniche hanno permesso in molti casi, grazie alla scoperta di pollini e semi, di ricostruire in vivo le specie coltivate all’interno dei viridaria. Nelle aiuole si è così scoperta una certa preferenza per i sempreverdi e i ginepri ma anche per le piante medicinali e coronarie, cioè mirto e alloro, per intrecciare corone, oltre a fiori e alberi da frutta. Ma i giardini non ospitavano solo verde e così si diffuse la moda tutta orientale di arricchire gli spazi con fontane, ninfei, vasche ed euripi, oltre che con statue di bronzo e di marmo: tutti tipici elementi dei grandi parchi delle ville d’otium, piuttosto che delle case urbane. Questi spazi venivano così ad offrire luoghi riservati da far ammirare agli ospiti, ma anche dove poter passeggiare tranquillamente lontano dal trambusto domestico e godere del paesaggio.

 

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Alessandra Randazzo

Classicista e blogger da sempre sensibile al mondo dei Beni Culturali, si sta specializzando nel settore del giornalismo archeologico, collaborando con diverse riviste del settore.

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