L’Intervento – Quale futuro turistico per Pompei dopo il Covid?

di Giuseppe A. Berritto*

POMPEI. Il turismo è quel complesso di attività e di organizzazioni attinenti a viaggi e soggiorni compiuti a scopo ricreativo o di istruzione. Questo, in termini generali, salvo diverse sfaccettature, quali il turismo di massa, turismo culturale, esperienziale, gastronomico, del vino, della balneazione, escursionismo, turismo religioso, ecc… Il turismo di riferimento di Pompei è quello culturale di stranieri in visita agli Scavi.

Era il turismo del viaggiatore: gente che veniva per la visita agli Scavi con un modesto soggiorno di poche ore o di qualche giorno. Parallelamente, vi è il turismo religioso dei pellegrini in visita al Santuario, con le stesse caratteristiche di permanenza. Un turismo soft, che non destava grandi turbative.

Negli ultimi anni molto è cambiato. Quello che giunge a Pompei, soprattutto nei fine settimana, è un popolo di gitanti, proveniente dai paesi limitrofi che invadono un territorio con tutte le conseguenze del caso.

Se prima la città era in condizioni di discreta accoglienza, sufficientemente strutturata, ora si trova impreparata a fronteggiare una folla incontrollabile, che produce poca ricchezza e molto disagio, ma è anche quello che ci consente, allo stato, una ripartenza.

Far coesistere un turismo identitario con movimenti di massa diventa di difficile soluzione, è come la domenica d’agosto al mare: una calca indicibile. Poiché non si può impedire a nessuno di muoversi bisogna dare delle risposte: l’isola pedonale è una di quelle.

Molte città, già da anni l’hanno fatto. Pompei è in ritardo e questo è causa di grossi inconvenienti. Il decreto Colao, rende obbligatoria la chiusura dei centri storici. Senza macchine si vive meglio ed è uno dei vantaggi della pandemia.

La speranza è il ritorno alla città d’arte con un turismo internazionale. I milioni di visitatori l’anno erano una forte garanzia per l’economia locale.

Oggi ci troviamo in una condizione assolutamente nuova e per affrontare il problema si deve pensare ad una diversa organizzazione urbanistica delle città: spazi di condivisione, aree attrezzate, pedonalizzazione, arredo urbano, aree di sosta lontane dai centri storici, mobilità interna ed esterna.

Vale anche per la qualità di vita dei residenti, spesso ignorati e sopraffatti dalla tutela degli interessi di specifiche categorie. Si ha l’impressione, infatti, che il cittadino pompeiano, quello che più degli altri contribuisce alla spesa corrente, sia una scomoda presenza cui non dare sufficiente importanza.

Non credo debba essere così. Le cose dovrebbero camminare di pari passo: il decoro urbano, i servizi, gli spazi pubblici sono un bene comune che non può essere delegato alla volontà di qualcuno ma deve rimanere patrimonio di tutti.

Si deve capire, fin da ora, se mantenere l’attuale stato delle cose o cambiare l’orientamento alla crescita della città. Quest’ultima ipotesi, in attesa che possa riprendere il flusso turistico degli ultimi anni, sarebbe la più ragionevole, ma presuppone un ambito culturale diverso da quello finora conosciuto ed una classe politica sufficientemente attrezzata per pensare ad un nuovo modello di sviluppo – cogliendo l’occasione – compatibile con le diverse esigenze e, viste le caratteristiche della città, puntare su un turismo di qualità, che sicuramente è più compatibile con la vocazione della città.

*architetto, storico

Redazione Made in Pompei

Redazione Made in Pompei

Made in Pompei è una rivista mensile di promozione territoriale e di informazione culturale fondata nel 2010.

Rispondi