Il rap “made in Pompei” ha il volto e la voce di El Pit

Dagli esordi nel 2016 all’ultimo singolo, “Papi”: Antonio Ingenito racconta la sua musica e il suo percorso artistico





POMPEI. Il rap “made in Pompei” ha il volto di Antonio Ingenito, meglio conosciuto con lo pseudonimo “El Pit”. Nato nel 1997 nella città mariana, sta conquistando un suo spazio nella scena musicale grazie al suo timbro vocale e alla sua voglia di sperimentare nelle liriche, nel flow e nel suono. Il 31 luglio scorso è uscito “Papi”, il suo nuovo singolo. Così abbiamo colto l’occasione per conoscere meglio questo giovane ma promettente talento della musica hip hop.

Come ti sei avvicinato alla musica e quali sono state finora le tappe più importanti della tua carriera?
«La musica ha sempre fatto parte della mia vita e si può dire che un po’ ce l’avevo nel destino avendo mio padre e mio zio musicisti. Fino all’età di 19 anni però mai avrei pensato di intraprendere una carriera musicale. Mi piaceva studiare, mi ero diplomato al liceo classico e avevo iniziato gli studi di Giurisprudenza, anche con buoni risultati. Poi, nel novembre 2016, mi ritrovai ad assistere ad un live di Luchè, uno degli artisti hip hop più forti a livello nazionale per me, che all’epoca era uscito con un disco stupendo, “Malammore”. In parecchie tracce rivedevo me, quello che stavo passando, quello che avevo vissuto, quello che avrei sempre voluto dire e che non dicevo a nessuno. Tornai a casa dopo il concerto dicendomi “voglio farlo anch’io, ci voglio provare”. Amore a prima vista. Nel giugno 2017 è uscito il mio primo pezzo e da lì sono cambiate un po’ di cose. Una delle serate che ho più nel cuore è stata all’AltroMondo Studios di Rimini, una delle discoteche più importanti d’Italia. Ci sono stato a novembre scorso, unico ospite italiano in mezzo a tanti artisti latini nella serata “Sabor Urbano”. Suonare davanti a quasi 4.000 persone non capita tutti i giorni, un momento magico!»

Quant’è cambiata la tua musica dall’esordio di due anni fa?
«Tantissimo e credo cambierà ancora nel corso del tempo. Amo sperimentare e detesto limitarmi. Sto ancora inseguendo la mia piena definizione artistica, ma non ho fretta e il fatto di aver già testato vari sub-generi sicuramente mi ha aiutato a capire dove mi vedo bene e dove meno. Ma ripeto, non ho fretta. Credo ognuno abbia i suoi tempi e io mi sto prendendo il tempo che mi serve senza farmi condizionare. Attualmente stiamo sperimentando parecchio i suoni che vengono dal mondo latino, è una cultura che mi affascina e nella quale mi rivedo parecchio».

Prima hai citato Luchè. Ci sono altri artisti che ti hanno segnato in qualche modo?
«Se mi parli di hip hop, sono stato pesantemente influenzato dai ‘Co Sang, il duo più forte della storia del rap italiano, per me. Sinceramente è grazie a loro se mi sono avvicinato a questa cultura, perché gli americani mi sembravano tutti fighi e tosti ma di quello che dicevano capivo a stento qualche parola. Attualmente uno degli artisti che preferisco è un trapper portoricano, Bad Bunny. Un timbro particolare, stilosissimo in tutto. Tuttavia, i miei artisti preferiti non sono rapper. Pino Daniele ed Enzo Avitabile restano le mie icone personali. Quando devo scrivere un testo in napoletano, cerco di inseguire la semplicità di Pino e il senso mistico/metaforico di Enzo e cerco l’equilibrio perfetto tra sintesi e bellezza che solo il napoletano secondo me può restituire».

A proposito di napoletano, tu hai scritto pezzi in dialetto, altri in italiano, e ora, nel tuo ultimo singolo, italiano e spagnolo si fondono. C’è una lingua in cui senti di riuscire a esprimerti al meglio?
«Sinceramente mi piacerebbe che lo dicessero gli altri. Per quel che mi riguarda, l’italiano conferisce al testo un tasso di poeticità più “elevato”, lo spagnolo è come un filo invisibile che unisce le culture del Mediterraneo, che hanno parecchi comuni denominatori. Ma del napoletano mi affascina, appunto, la sintesi: la capacità di esprimere con poche parole, dirette e semplici, concetti meravigliosi, che tradotti in ogni altra lingua del mondo, perderebbero il senso e la magia».

E per quanto riguarda i contenuti invece? Tra i rapper che vivono questo genere come strumento di protesta e critica della società e quelli che utilizzano le loro rime per descrivere una vita sregolata fatta di donne, droga, sesso, la tua musica sembra prendere tutta un’altra direzione. Come ti collocheresti in questo quadro?
«In quello che scrivo e porto in musica, cerco di essere reale al 100%. Non parlo di droga, perché certa roba non l’ho mai voluta toccare. Non parlo di malavita, perché la mia famiglia è una famiglia perbene e io cerco di comportarmi bene. Non mi interessa nemmeno criticare o protestare perché per quello c’è la politica e secondo me, almeno questo genere, farebbe bene a rimanerne fuori. La musica per me deve emozionare. Lasciarti un messaggio. Dirti una cosa. Che puoi condividere o meno, ma che almeno quando l’ascolti ti deve dare un cazzotto in faccia. Poi ci sta ogni tanto affrontare argomenti più frivoli, ma i miei pezzi migliori per me restano quelli più significativi e poetici. E spero di farne tanti altri così, perché sono quelli che quando ci ripensi, ti dici “sono fiero di me”».

Parliamo un po’ del tuo ultimo singolo, “Papi”, uscito quest’estate. Com’è nato?
«Papi nasce innanzitutto dalla voglia di fare un pezzo con una sonorità latina al 100% e non quel solito fatto provinciale del “la playa, gli occhiali da sole, ecc.”. Quella roba lì non è latina, almeno non è urban e in pratica non è sicuramente hip-hop. Non a caso il beat è una creatura di un producer cubano di Santiago, con il quale ci scambiavamo messaggi Whatsapp che arrivavano con ore ed ore di ritardo dato che a Cuba non hanno neanche la 4G. Volevo fare una roba latina insomma, a partire dal suono, ma latina nell’identità innanzitutto e credo di aver realizzato un buon prodotto, o almeno spero».

Nella canzone dici “non avevamo niente e adesso vogliono il mio posto”. A chi ti riferisci?
«Quella frase lì mi ha riportato alla mente gli inizi. I pregiudizi su di me, le falsità e le cattiverie gratuite che abbiamo ricevuto, le porte sbattute in faccia. A distanza di un annetto, credo che siamo quantomeno riusciti a farci rispettare, sia umanamente, sia professionalmente. E per il momento va bene così.

Toglici una curiosità: perché “El Pit”?
«Pitbull è stato uno dei miei soprannomi da ragazzino e devo dire che all’inizio non lo sopportavo molto. Poi però ho approfondito le caratteristiche di questa meravigliosa creatura e mi sono reso conto che si dicono tante cose false a riguardo. Il Pitbull è tenace, coraggioso e fedele e anche se tende a diventare dominante perché è molto competitivo, ha un lato affettuoso e gentile, soprattutto con i più deboli. Non è cattivo o aggressivo e quando lo diventa, o è stato trattato male o non è stato educato bene. Porta addosso, comunque, un pregiudizio che in realtà non dice nulla della sua vera personalità. In molte di queste cose ho rivisto me e alla fine, il soprannome me lo sono tenuto volentieri, anche perché mi sono reso conto, mio malgrado, che in parecchi casi “gli animali” sono di gran lunga migliori degli uomini».

Progetti per il futuro?
«Sono una persona molto concreta e sincera e non mi piace fare promesse che non so se sarò in grado di mantenere. Quel che è certo, è che darò tutto me stesso per fare bene e continuare a migliorarmi musicalmente. Spero questo basti da solo. Mi auguro che un giorno il sacrificio possa ripagare pienamente. Nel frattempo, volo basso ma a testa alta. Vorrei tirare fuori un Ep entro il 2020. Ascoltare. Viaggiare. Riflettere. Pensare. Scrivere. Per poi emozionare. Il fine ultimo è quello. Ed è quella la vera perversione di uno che fa musica».



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Valentina Comiato

Ha 24 anni, è laureata in lingue ma con un innato amore per la penna. Si divide tra università, associazionismo e scrittura. Crede nelle parole e nella partecipazione attiva. Per "Made in Pompei" scrive di piccole realtà, grandi talenti e bei progetti.

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