“Le Donne dell’Antichità” a Ravello: il tempo, la rovina, il fuoco della memoria
RAVELLO. Certe donne non muoiono. Resistono come minerali nella terra, come ossidi sul ferro, come polvere tra le pieghe del piombo. Non hanno più volto, né corpo: sono abiti abbandonati, nomi sussurrati, frammenti di storie che la storia non ha potuto contenere.
Le Donne dell’Antichità, la mostra di Anselm Kiefer curata con la potenza visionaria di Lia Rumma, non racconta il passato. Lo riporta invita, lo rende carne invisibile, memoria tangibile. “Le Donne dell’Antichità” – in mostra dall’11 luglio al 26 agosto a Villa Rufolo, nell’ambito del Ravello Festival 2025,grazie alla collaborazione con la Galleria Lia Rumma – è un viaggio dentro la vertigine del tempo, dove la materia stessa dell’opera diventa preghiera, ferita, monumento.
Senza occhi e senza bocca, talvolta senza testa, con le membra irrigidite nel gesso, sospese in indumenti che sembrano spoglie rituali, le donne di Kiefer sfuggono all’anatomia e alla biografia. Sono archetipi. Sono mitologie incarnate. Jezabel, Paete, Maria, Euridice, Antigone: nomi sussurrati tra le macerie della cultura occidentale, presenze evocative che emergono dai solchi della civiltà come fiori tra le crepe di un muro.
Figure sacrificali, mistiche, regali o demonizzate, che portano sulla pelle – spesso sostituita da piombo, ferro, filo spinato – le tracce di una memoria ferita. E poi c’è Villa Rufolo. Con i suoi giardini sospesi sul mare, con l’eco di Wagner e il richiamo di ogni forma perduta di bellezza. Qui l’opera si amplifica, si moltiplica, si fa soglia tra ciò che è stato e ciò che può ancora generarsi.
Qui, il tempo si distende come respiro antico, si compatta, si fa corpo anch’esso. E dove ogni pietra sembra ascoltare il vento, Kiefer innesta le sue presenze femminili come apparizioni. Ma non c’è narrazione: c’è evocazione, assenza, sedimentazione. Ogni installazione è un relitto sacro. Ogni tessuto, un frammento di liturgia. Ogni teca, un varco tra mondi. Le teste diventano libri o piombo, i corpi si pietrificano nel gesso, gli strascichi si distendono come archivi della rovina.
Tra rovina e resurrezione, il gesto di Kiefer è un gesto che scava: nel mito, nella terra, nella Storia, nella colpa, nella liturgia della visione. Le sue “vetrine” sono altari laici, contenitori di reliquie possibili: cenere, metallo, fiori secchi, testi bruciati, vetri che rifrangono il presente e la sua inevitabile dissoluzione.
Kiefer plasma il tempo come sostanza viva: lo ossida, lo ustiona, lo impasta nella materia. Non esiste un prima e un dopo, ma un eterno ritorno di ferite, di gesti estremi, di linguaggi dimenticati. Il suo femminile è arcaico e iniziatico, generativo e catastrofico, madre e sacerdotessa, carne e polvere.
Nessuna didascalia potrà mai dirci chi erano davvero queste donne. Ma ci dicono chi siamo, in cosa ci stiamo trasformando. E c’è qualcosa di antico e irriducibilmente contemporaneo in questo incontro tra artista e gallerista, come se entrambi abitassero un unico confine: quello tra creazione e custodia, tra visione e veglia. Perché Lia Rumma non espone Kiefer: lo accompagna, lo traduce, lo lascia accadere. La sua è una galleria che si fa oracolo, tempio, spazio sacro dell’intransigenza artistica.
È la testimone instancabile di un’arte che non vuole piacere ma rivelare, che non si consuma ma si sedimenta nel tempo e nella coscienza. Nel suo lavoro instancabile c’è il gesto politico del ricordare, dell’insistere, del portare in scena ciò che il mondo tende a dimenticare: il peso del dolore, la sacralità della rovina, la voce delle donne che sono state silenziate dalla storia ufficiale. Ed è forse in questo spazio, tra le spoglie e i sussurri, che si rivela la vera forza de Le Donne dell’Antichità: non una mostra, ma una chiamata al pensiero. Un atto di resistenza. Collettiva e dall’ombra del sacro.
E qui, ancora una volta, la presenza di Lia Rumma è decisiva. Da sempre custode e complice del linguaggio di Kiefer, è lei a portare in Italia queste forme estreme di bellezza e lacerazione, a rendere possibile – con dedizione, ostinazione, fede artistica – che il piombo diventi rivelazione, che il dolore diventi forma, che l’arte diventi atto sacro.
Con Lia Rumma, l’arte non è mai décor né concessione. È vertigine. È responsabilità. È il luogo in cui il pensiero si fa ferita e la materia si fa coscienza. A Ravello, questa mostra non è solo una tappa espositiva: è un atto poetico, un invito a restare nel dubbio, a sostare tra le macerie della storia con occhi aperti e cuore disarmato. Kiefer non consola. Lia Rumma non addolcisce. Insieme, costruiscono cattedrali di piombo e silenzio. E ci chiedono: cosa resta dell’umano quando il volto scompare?
















