Gli spettacoli teatrali nell’antica Pompei

Teatro e recitazione nell’antichità erano espressioni molto importanti della cultura romana e dei suoi valori fondanti





POMPEI. Con prestigiose rassegne teatrali, ogni estate il Teatro Grande di Pompei si riaccende di vita e le gradinate tornano a popolarsi di spettatori affascinati dalle rappresentazioni classiche in scena, ma anche rapiti dall’atmosfera suggestiva che solo un luogo come la città antica sa dare. Ed è così che quel teatro costruito nell’ormai lontano II secolo a.C. è ancora oggi un punto di riferimento privilegiato per la vita culturale del territorio.

D’altra parte il teatro e la recitazione hanno rappresentato anche nell’antichità due espressioni molto importanti della cultura romana e dei suoi valori fondanti: aspetti che grazie a quest’arte sono stati tramandati fino a noi. Per capire l’importanza che il teatro assumeva nell’arricchimento culturale della persona, basti pensare al fatto che gli spettacoli che andavano in scena nel Teatro Grande (così come nei teatri romani) erano ad ingresso gratuito per i cittadini. Questo accadeva perché le spese per allestire le rappresentazioni teatrali (i costumi, le eventuali scenografie, i compensi degli attori) erano sostenute dagli edili, magistrati competenti nei pubblici spettacoli.

Per quanto riguarda le opere rappresentate, esse erano soprattutto le tragedie greche e le commedie: queste ultime prendevano spunto da fatti di cronaca, di politica e di attualità per dare vita a trame divertenti o comunque più “leggere” rispetto ai drammi classici. Se per quanto riguarda la tragedia furono portate in scena per lo più le opere dei grandi autori greci, nel genere della commedia, invece, si fecero valere soprattutto autori latini e italici. Non mancarono, poi, generi teatrali nuovi e di origine locale.

Tra questi si può ricordare la c.d. fabula atellana, in cui i protagonisti erano spesso personaggi di estrazione umile, alcuni dei quali rappresentati con maschere a ruoli fissi: Pappus, Maccus, Bucco furono, ad esempio, alcune delle figure farsesche, “antesignane” dei vari Arlecchino, Pulcinella resi famosi dalla più moderna commedia dell’arte. La trama della fabula atellana, inoltre, prediligeva linguaggio e situazioni di un crudo e piccante realismo, spesso sconfinante nell’oscenità. Un altro genere di spettacolo teatrale era poi rappresentato dal mimo, in cui gli attori intervallavano recitazione con canto e danza. Infine è da ricordare il pantomimo, genere in cui la recitazione si riduceva alla sola mimica, senza l’aiuto della parola.

Quando lo spettacolo stava per cominciare si udiva il suono del doppio flauto: era il segnale che invitava il pubblico ad accomodarsi sulle gradinate. Un araldo (praeco) annunciava il titolo dell’opera che stava per essere rappresentata e ne anticipava brevemente la trama. A questo punto poteva avere inizio lo spettacolo. La scena, situata dietro il palcoscenico, riproduceva la facciata di un palazzo con importanti decorazioni e costituiva normalmente lo sfondo per le rappresentazioni più impegnate, come le tragedie.

In altri casi, come ad esempio poteva avvenire nella rappresentazione delle commedie, venivano allestite delle vere e proprie scenografie provvisorie, realizzate in legno, che dovevano aiutare la fantasia degli spettatori ad immaginare i luoghi in cui si svolgevano i fatti narrati sul palcoscenico: è così, ad esempio, che si ricostruiva per uno spettacolo la piazza di una città, l’interno di una casa o un paesaggio di campagna.

Gli attori recitavano sul palcoscenico indossando parrucche e vestiti di colori diversi. I colori non erano scelti a caso, ma ciascuno aveva un valore convenzionale: indicava l’età o la classe sociale del personaggio che era rappresentato. Il volto degli attori era coperto da una maschera (persona) provvista di un’apertura a forma di imbuto in corrispondenza della bocca: un espediente che serviva ad amplificare il suono e a far sì che le parole arrivassero anche alle gradinate più lontane dal palcoscenico.

Le maschere in uso riproducevano diverse espressioni facciali ed aiutavano l’attore a rappresentare lo stato d’animo del personaggio interpretato. Nel genere della tragedia, gli attori recitavano accompagnati dalla musica del flauto (tibiae) e dal coro, che cantava e danzava ritmicamente nell’orchestra, ovvero quella parte del teatro situata tra la cavea (le gradinate) e il palcoscenico e la scena.

Oggi come allora, d’estate, le gradinate del Teatro Grande si riempiono di spettatori appassionati, pronti a seguire le vicende narrate dagli attori sul palcoscenico, nella incantevole cornice di un teatro costruito più di duemila anni fa e che ancora oggi sa regalare un fascino unico alle rappresentazioni che qui vanno in scena. Un connubio unico di arte, archeologia e magia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Marco Pirollo

Giornalista, nel 2010 fonda e tuttora dirige “Made in Pompei”, rivista free-press mensile di promozione territoriale.

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