L’economia e gli schiavi nell’antica Pompei

Era un città a forte vocazione commerciale, ma c’erano molte opportunità di ascesa sociale per anche per i servi





POMPEI. “Benvenuto guadagno” annunciano i pompeiani sui muri dell’antica Pompei, mentre Priapo pesa negli affreschi l’enorme fallo (simbolo di fecondità e ricchezza), testimoniando la natura commerciale dell’economia cittadina, caratterizzata dalla presenza di botteghe e taverne per la vendita di prodotti agricoli e trasformati dagli opifici della filiera di produzione. Annesse alle ville erano le fulloniche (nella foto di copertina), per la tintura e il lavaggio dei tessuti e le concerie nella preparazione dei pellami per la confezione di capi d’abbigliamento e la bardatura dei cavalli. Le aree agricole fuori dalle mura di Pompei erano dedite alla produzione alimentare per il consumo urbano.

A Pompei sono state trovate numerose macine per la produzione di farina e forni per il pane, inoltre la città era rinomata per il suo vino in anfora che si esportava in tutto il Mediterraneo. La vicinanza alla costa ne incentivò il commercio d’oltremare con l’importazione di prodotti pregiati e favorì lo sviluppo della pesca. Pompei come porto di mare ospitava naviganti, mercanti ed avventurieri nelle numerose taverne, dove si poteva comprare il cibo, il vino e la compagnia di una schiava.

Il fiume Sarno, invece, disegnava col suo corso una rete di collegamento con i territori interni, contribuiva all’irrigazione dei campi e alla pesca. Presso la sua foce si trovava una variegata fauna ittica che veniva utilizzata nella preparazione del garum, il condimento che serviva ad insaporire i cibi. La giornata dei nobili pompeiani (e romani) proprietari di ville rustiche o di opifici (o botteghe) urbani era dedita prevalentemente all’otium (frequentazione delle terme), alla politica o alla carriera militare.

La gestione delle aziende agricole, dei commerci, delle botteghe artigiane e degli affari di famiglia era lasciata agli schiavi. I più colti ed abili negli affari ritagliavano una quota dai profitti per se stessi, lasciata dal dominus al fine di incentivarne l’iniziativa, che con l’accumulazione dei risparmi portò al loro arricchimento e,di conseguenza, all’affrancamento dalla schiavitù e all’ascesa politica. Si formò in questo modo un ceto emergente che rinsanguò la struttura economica e sociale di Pompei (e di Roma).

Relativamente alla formazione della struttura sociale, la prima fase della comunità pompeiana è stata caratterizzata dalla creazione delle regole basate su criteri di selezione naturale, alla base della creazione di classi sociali distinte tra dominus e servi, patrizi e plebei. Questa separazione sociale si rifletteva sulla divisione del lavoro, sulla ricchezza economica e sulla divisione della terra. Alcune attività erano di natura pubblica, come la difesa della città, la sua amministrazione, la religione, l’igiene pubblica, l’educazione dei giovani. Altre attività, gestite in forma privata, riguardavano l’alimentazione, l’abbigliamento, la cura della persona e il divertimento.

Le vittorie romane comportavano per consoli e legionari ricchezze provenienti dai saccheggi, proprietà di terre e di schiavi, considerati esseri inferiori perché non in grado di difendere patria, famiglia e beni. In guerra, all’epoca, il vinto diventava preda e veniva perciò declassato all’ultimo gradino sociale, quello di schiavo. Stato di cose che consentiva il commercio di esseri umani e una serie di leggi e consuetudini riguardanti la loro gestione. Così, per esempio, se uno schiavo uccideva il padrone venivano giustiziati tutti gli altri schiavi della casa.

Lo schiavo non poteva indossare la toga. Se fuggiva veniva marchiato con una “S” (servus). Nello stesso tempo era in uso il peculium per gli schiavi, vale a dire una donazione di danaro e/o beni che, se ricorrente, era simile ad una vera e propria retribuzione, anche se essa giuridicamente non era vincolante per il dominus. Il peculio dava agli schiavi l’opportunità di riscattarsi dalla loro condizione, mettendoli alla pari dei servi della gleba nell’ascesa sociale. La proprietà degli schiavi era motivo di ostentazione e di lusso.

I plebei emergevano sul piano sociale solo se avevano abilità manuali da mettere a profitto nel settore dell’artigianato, cercando di realizzare oggetti di valore da vendere per conseguire il più alto guadagno possibile. A quei tempi il mercato dell’artigianato (orafo, della pelle, dell’abbigliamento, ecc.) era molto diverso da quello di oggi perché, più che sulla quantità, si basava sul pregio dei manufatti realizzati. Nel 73 a.C. si verificò nell’Impero Romano la rivolta degli schiavi, che comportò riflessi sociali anche a Pompei.

Oltre agli schiavi di proprietà privata a Pompei (come a Roma) esistevano anche schiavi di proprietà pubblica, vale a dire appartenenti all’amministrazione cittadina. Essi si dedicavano ai servizi come alla manutenzione delle strade, la riscossione delle tasse e la polizia urbana. Godevano di particolari privilegi, come quello di poter formare una famiglia, quello di lasciare in eredità metà del patrimonio e, addirittura, all’epoca era presente per la categoria degli schiavi pubblici la prerogativa del comando: essa conferiva ad uno schiavo la funzione di “patrocinio”, vale a dire l’autorità su altri schiavi.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Mario Cardone

Giornalista, economista ed ex bancario, ha una moglie, una figlia e quattro gatti; ex socialista ex sindacalista Cgil

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