Cercasi le “sorelline di Pompei” fotografate nel 1986: parte la ricerca dopo 40 anni
POMPEI. Quarant’anni dopo, una fotografia scattata quasi per caso potrebbe riaprire una piccola storia di Pompei e riportare alla luce due volti di bambine ormai diventate donne. È una ricerca affidata anche alla comunità pompeiana quella lanciata da Audrey Stinson, cittadina americana della Florida, che ha scritto alla redazione di Made in Pompei per una richiesta tanto semplice quanto complicata: ritrovare due sorelle fotografate nel 1986, all’uscita da una visita agli Scavi di Pompei.
Una missione che, per stessa ammissione della protagonista, ha qualcosa di impossibile. Ma proprio per questo vale la pena tentare. Perché la fotografia, a distanza di quattro decenni, è ancora lì. È sopravvissuta al tempo, ai cambiamenti della città e della vita delle persone ritratte. E oggi potrebbe diventare il filo capace di collegare il passato al presente.
La storia comincia nel 1986. Audrey Stinson si trova in Italia insieme a un compagno di stanza americano del college. I due hanno appena terminato la visita a uno dei siti archeologici più conosciuti al mondo. Dopo aver attraversato le antiche strade della città sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., si avviano verso l’esterno alla ricerca di un mezzo di trasporto.
È proprio in quel momento, fuori dall’area archeologica, che la turista racconta di avere incontrato un’altra Pompei. Non quella monumentale, fatta di domus, affreschi, templi e strade antiche, fotografata ogni giorno da migliaia di visitatori. Ma quella quotidiana, domestica, fatta di persone, bambini e scene di vita che difficilmente finiscono negli album dei turisti.
«Nel 1986, io e il mio compagno di stanza americano del college finiamo di visitare uno dei siti archeologici più famosi al mondo. Camminiamo a lungo cercando un mezzo di trasporto. E fuori dall’antica Pompei, fotografata da tutti, incontriamo la Pompei vivente, quella che quasi nessuno fotografa», racconta Audrey nel messaggio inviato alla redazione.
Davanti ai suoi occhi compaiono due bambine sedute sotto un grande albero, fuori da una casa. Sono sorelle. Indossano abiti coordinati, floreali, che alla turista sembrano fatti a mano. Accanto a loro c’è un coniglio, incredibilmente docile, che contribuisce a rendere la scena ancora più particolare.
La macchina fotografica cattura un momento di assoluta spontaneità. La bambina più grande guarda verso l’obiettivo e sorride. La più piccola, invece, sembra completamente incurante della presenza della fotografa e ha un dito infilato nel naso. Un gesto infantile e naturale che, proprio perché lontano da qualsiasi posa, rende la fotografia ancora più autentica.
«Una delle due guarda verso la mia macchina fotografica con un dolce sorriso, mentre la più piccola ha un dito nel naso. E scatto una fotografia. Poi ce ne andiamo». È tutto. Nessun nome, nessun indirizzo, nessun contatto. Solo un’immagine conservata per quarant’anni e il ricordo di quel breve incontro.
La fotografia, oggi, restituisce una scena dal forte sapore nostalgico. Al centro ci sono le due bambine sedute ai piedi di un grande albero dalla corteccia nodosa. La più grande, dai capelli ricci e scuri, guarda direttamente verso l’obiettivo con un sorriso. Indossa un abito chiaro decorato con piccole stelle rosa e tiene la sorellina accanto a sé, quasi in un abbraccio.
La più piccola è invece concentrata sul proprio gesto, con l’indice infilato nel naso e lo sguardo rivolto altrove. Il suo vestito presenta una parte superiore coordinata a quello della sorella e una gonna a balze dai toni blu e floreali.
In basso, sulla sinistra dell’immagine, c’è il terzo protagonista della fotografia: un coniglietto beige, accucciato tranquillamente vicino alle bambine. Un dettaglio che, insieme alla presenza dell’albero e alla luce naturale, contribuisce a trasformare lo scatto in una sorta di istantanea familiare.
La grana della vecchia pellicola completa il quadro. Non c’è nulla di costruito nella scena. Non ci sono monumenti da mostrare né pose da turista. Ci sono semplicemente due bambine, un animale, un albero e un momento di vita quotidiana immortalato da una persona di passaggio.
Ed è proprio questo, oggi, il valore che Audrey attribuisce a quella fotografia. «È una delle mie foto preferite in assoluto, per via del momento che cattura», spiega la cittadina americana, che dopo tanti anni ha deciso di provare a risalire all’identità delle due bambine. Il suo desiderio è altrettanto semplice: consegnare quella fotografia alle persone che vi sono ritratte.
«Per quarant’anni mi sono chiesta se sarei mai riuscita a trovare le persone ritratte in questa fotografia che ho scattato nel 1986», scrive. «Non conosco i nomi delle ragazze, ma tengo molto al valore delle preziose foto d’infanzia e desidero consegnare questa speciale immagine alle donne che ritrae».
Una ricerca cominciata negli Stati Uniti e arrivata ora a Pompei. Audrey racconta di essere riuscita a individuare Made in Pompei sul web. Da qui la decisione di rivolgersi alla redazione e tentare una strada che potrebbe sembrare quasi impraticabile: affidarsi alla memoria di chi vive in città, a chi potrebbe riconoscere quei volti, a qualcuno che magari ricorda quella famiglia o quella casa.
E qualche indizio, in realtà, esiste. La turista americana ha provato a ricostruire anche il percorso compiuto quel giorno. «Da quello che ricordiamo, sia io che il mio amico siamo usciti dall’ingresso girando a destra anziché a sinistra», racconta. Un particolare che potrebbe aiutare a restringere il campo, anche se il ricordo di una giornata di quarant’anni fa non può naturalmente offrire certezze assolute.
Audrey esclude, almeno in base alla propria memoria, che si trattasse dell’ingresso più vicino al centro della città moderna. Ricorda piuttosto un luogo più ombreggiato, con un’atmosfera simile a quella di un parco.
«Non credo fosse quella nel centro della città moderna. Se non ricordo male, era più ombreggiata e simile a un parco, se può essere d’aiuto», spiega.
Un altro elemento riguarda il percorso di ingresso e di uscita dagli Scavi. La turista è quasi certa che lei e il suo amico siano entrati da un punto e usciti da un altro. Un ricordo che si intreccia con quello della lunga camminata effettuata successivamente per raggiungere un mezzo di trasporto.
Ragionando oggi sulla geografia di Pompei, Audrey ha cercato di ricostruire quel tragitto anche attraverso una mappa. Piazza Anfiteatro, osserva, è l’area più vicina alla stazione ferroviaria e potrebbe quindi essere stata il punto di ingresso. Piazza Marina, invece, sarebbe stata più lontana e avrebbe richiesto una camminata significativa per raggiungere la stazione.
«Piazza Anfiteatro è la più vicina alla stazione ferroviaria. Immagino che siamo entrati da lì. Piazza Marina sarebbe stata una bella camminata per tornare alla stazione e ricordiamo entrambi di aver fatto un bel tratto a piedi», racconta.
Sono ricordi frammentari, ma forse sufficienti per alimentare una ricerca. Perché in una città come Pompei, dove ogni giorno si incontrano persone provenienti da ogni parte del mondo, può accadere che una fotografia apparentemente anonima conservi in realtà una storia riconoscibile.
Le due bambine oggi avrebbero probabilmente un’età completamente diversa da quella immortalata nello scatto. Nel 1986 erano piccole, 4 o 5 anni al massimo, sedute sotto un albero davanti a una casa. Oggi sarebbero donne adulte, presumibilmente con una propria famiglia, un proprio lavoro, una vita costruita lontano da quella scena. È possibile che non ricordino affatto quella giornata. È possibile che non sappiano nemmeno dell’esistenza di quella fotografia.
Ma è altrettanto possibile che qualcuno possa riconoscerle. Forse un familiare. Forse un vicino di casa. Forse qualcuno che all’epoca abitava in quella zona. Oppure qualcuno che, rivedendo oggi quella vecchia fotografia, possa riconoscere l’albero, la casa, il quartiere o semplicemente quei due volti di bambine.
La richiesta di Audrey non è quella di ricostruire una vicenda complessa. Non cerca informazioni particolari sulla famiglia né vuole ricostruire nel dettaglio quella giornata. Vuole soltanto ritrovare le due sorelle e restituire loro un pezzo della propria infanzia rimasto per quarant’anni dall’altra parte dell’oceano.
In fondo, è questo che rende particolare la vicenda. La fotografia non racconta un avvenimento storico, non documenta un personaggio famoso e non mostra un monumento. Racconta una frazione di secondo della vita di due bambine sconosciute. Eppure, proprio per questo, potrebbe avere oggi un valore ancora maggiore.
È una fotografia privata diventata, a distanza di quarant’anni, una piccola indagine collettiva. Made in Pompei ha deciso di raccogliere il testimone e provare a dare una risposta alla domanda della turista americana: «Puoi aiutarci a trovarle?».
Mission (im)possible? Forse. Ma Pompei è una città nella quale il passato continua spesso a riaffiorare attraverso tracce inattese. Questa volta non si tratta di un reperto archeologico, ma di una vecchia fotografia.
E allora la ricerca delle “sorelline di Pompei” può cominciare proprio da quell’immagine del 1986. Quarant’anni dopo, quelle due bambine non sono più bambine. Sono diventate donne. Ma i loro volti, almeno per un istante, sono rimasti esattamente come allora.
Audrey Stinson, dalla Florida, aspetta di sapere se qualcuno a Pompei riuscirà a riconoscerle. «Sono davvero emozionata di vedere cosa succederà quando pubblicherai la foto», ha scritto alla redazione.
Adesso la parola passa alla città. Se qualcuno riconosce le due bambine, ricorda una famiglia che viveva nei pressi degli Scavi nel 1986 o ha elementi utili per ricostruire il luogo in cui venne scattata la fotografia, può contattare la redazione di Made in Pompei. Potrebbe essere l’inizio dell’ultimo capitolo di una storia rimasta sospesa per quattro decenni. Foto: Audrey Stinson.
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