Geometrie ateniesi e incanti del bosco: luci e leggere ombre di un “Sogno” di fine stagione

NAPOLI. Affrontare il Sogno di una notte di mezza estate sulle celebri musiche di scena di Felix Mendelssohn-Bartholdy significa sempre, per un occhio avvezzo al balletto, misurarsi con una tradizione titanica.

Da quando un diciassettenne Mendelssohn diede vita alla celeberrima Ouverture nel 1826 – per poi completare la partitura ben sedici anni dopo -, questo capolavoro shakespeariano ha sedotto i più grandi maestri della coreografia.

Impossibile non collaudare ogni nuova produzione sulla memoria storica della monumentale versione di George Balanchine del 1962 o sulla millimetrica, ironica eleganza di Frederick Ashton nel suo The Dream del 1964.

​La rilettura firmata da Paul Chalmer, presentata al Teatro di San Carlo a chiusura della stagione estiva 2026, sceglie saggiamente di non inseguire il titanismo dei suoi predecessori, ma di porsi nel solco di una tradizione neoclassica limpida, lineare e spigliata, attenta alla leggibilità della trama.

L’impianto scenico gioca con grazia sul netto contrasto visivo tra l’ordine geometrico, quasi razionale, della corte di Atene e l’atmosfera incantata, vegetale e vischiosa del bosco.

C’è un’intelligenza narrativa marcata nella gestione dei quadri corali, anche se la struttura coreografica tende talvolta ad adagiarsi su una pantomima un po’ troppo dilata nei momenti di raccordo, lasciando che l’invenzione puramente tersicorea ceda momentaneamente il passo alla mimica.

​L’alternanza dei cast nel corso delle varie serate offre sfaccettature diverse alla produzione, permettendo di apprezzare la versatilità della compagnia, pur con i fisiologici alti e bassi che un avvicendamento di interpreti porta inevitabilmente con sé.

Nel complesso, la resa tecnica appare solida e matura: le figure principali sono capaci di donare regalità ai ruoli di Oberon e Titania, mentre il personaggio di Puck garantisce, a prescindere dal danzatore impegnato nella singola recita, quel virtuosismo brillante e quell’esplosività nei salti indispensabili per accendere la comicità della pièce.

Molto ben caratterizzato anche il lavoro sui quattro amanti e sul gruppo degli artigiani, capaci di mantenere viva la vena grottesca e popolare senza mai scivolare nel macchiettistico.

​Non mancano, ad ogni modo, alcune piccole sbavature esecutive che impediscono allo spettacolo di raggiungere quella perfezione geometrica che si vorrebbe in un palcoscenico di primo piano.

Nel Corpo di Ballo, soprattutto nelle sezioni corali delle fate del primo atto, la sincronia non risulta sempre irreprensibile: qualche incertezza nelle diagonali e una tenuta non del tutto uniforme nei balancé lasciano intravedere la fisiologica stanchezza di fine stagione.

Anche nei passi a due più complessi si avverte a tratti una punta di rigidità nei lift, e spesso la ricerca dell’equilibrio sacrifica un briciolo di quella fluidità mozzafiato che il repertorio romantico esige. Si tratta di dettagli che comunque non compromettono la riuscita globale della messa in scena.

La produzione del San Carlo rimane un’operazione riuscita, godibile e pervasa da una sottile poesia, capace di regalare al pubblico una serata di grande fascino e di confermare la costante crescita della compagnia partenopea. Foto di Luciano Romano. Fonte: programma di sala.

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Nicoletta Severino

Nicoletta Severino

Danzatrice e coreografa, dirige la scuola di danza "Attitude" di Napoli. Proviene da studi filosofici e collabora con varie testate, trattando temi di attualità, di arte e di cultura.

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