I Persiani di Ollé: il dolore dei vinti risuona al Teatro Grande di Pompei

di Susy Martire

POMPEI. I Persiani, tragedia greca di Eschilo, nella versione di Álex Ollé, chiude la nona edizione del Pompeii Theatrum Mundi al Teatro Grande del Parco archeologico di Pompei. Un appuntamento fisso, ormai, quello del Theatrum Mundi, che attira ogni anno un pubblico sempre più numeroso.

Alla prima a Pompei si contavano più di tremila, persone che hanno assistito in religioso silenzio alla rappresentazione. Silenzio rotto solo dagli applausi per i protagonisti, tra cui spicca la regina madre Atossa, all’anagrafe Anna Buonaiuto. L’impatto scenografico è forte. Cozza con l’antico teatro.

Un leadwall di importanti dimensioni riflette, prima dell’ingresso in scena dei personaggi, il pubblico seduto, quasi a dirci che tutto ciò che è accaduto all’epoca di Eschilo accade oggi, e ci indica per dire che oggi come allora siamo tutti coinvolti, come un ulteriore personaggio che si aggiunge al copione, giudicando, partecipando attivamente o restando in silenzio, complice della Storia.

La scenografia, ideata da Alfons Flores, con questo tavolo immenso che all’occorrenza diventa palco, con i costumi di Lluc Castells, diventa l’immagine tangibile del sistema gerarchico e dei meccanismi di potere che la messa in scena ambisce a svelare.

A inizio spettacolo si percepisce Potere: generali, cameriere che vanno e vengono per portare acqua e caffè a chi dirige il potere nel mondo. Lo specchio della gerarchia e delle varie scale di potere decisionale, mentre gli uomini, quelli del popolo, sono in guerra per i grandi della Terra. La regia diventa una vera interpretazione del testo, e non un semplice accompagnamento.

Eschilo scrive I Persiani soprattutto per far riflettere sulla guerra, sulla hybris (la tracotanza) e sui limiti del potere umano, prendendo come sfondo la vittoria greca contro i Persiani a Salamina, alla quale lo stesso Eschilo aveva partecipato come combattente e mostra la guerra dal punto di vista dei vinti, invece di mettere in scena gli Ateniesi vincitori.

Racconta il dolore della corte persiana dopo la sconfitta. Questa scelta, all’epoca, dovette risultare davvero originale, perché invitava il pubblico a riflettere sulla sofferenza che la guerra provoca a tutti. Condannava la hybris, cioè l’eccessivo orgoglio e la presunzione del re Serse I che aveva creduto di poter sfidare i limiti imposti dagli dèi e dalla natura.

La sua sconfitta veniva presentata come una punizione per questa arroganza. La tragedia vuole trasmettere un insegnamento morale: chi esercita il potere deve agire con misura e rispettare i limiti umani, perché l’eccesso conduce inevitabilmente alla rovina.

La frase più importante la pronuncia il redivivo Dario chiamato dall’oltretomba dalla sua sposa e interpretato magnificamente da un irriconoscibile Alessio Boni: “L’eccessivo orgoglio conduce sempre alla rovina”, insegna cioè che la hybris viene sempre punita dagli dèi.

E ancora Dario sul figlio Serse che ha portato la Persia alla rovina: “Serse, nella sua giovinezza, non ha saputo rispettare i limiti imposti agli uomini”. Critica il figlio per aver sfidato il destino e gli dèi. I Persiani non è una tragedia celebrativa: è il racconto del dolore dei nemici.

Per il pubblico ateniese del 472 a.C. era una scelta straordinaria, quasi spiazzante. Il punto di vista di chi perde che porta i vincitori alla compassione per il vinto, alla consapevolezza che la guerra, anche quando porta al risultato sperato, è sempre dannosa.

Così il Messaggero (Giuseppe Sartori) racconta come sono caduti uno ad uno i valorosi soldati Persiani e il Re Serse torna a casa sì ma cambiato, consapevole dei suoi limiti umani: “Piango la mia sorte e quella del mio popolo”. È un re sconfitto, umiliato e addolorato per le perdite subite.

Il personaggio di Atossa (nella versione di Ollé magistralmente interpretato da Anna Buonaiuto) è fondamentale perché rappresenta la preoccupazione di una madre e di una regina, umana e austera al tempo stesso. Le sue parole anticipano la tragedia che sta per colpire la Persia.

Il suo sogno (attraverso cui viene anticipata la sciagura per i persiani) è il mezzo attraverso cui le parlano gli déi. È lei che chiede consiglio agli anziani del Coro. È lei che interroga il Messaggero e che evoca lo spirito di Dario. Atossa è quindi il personaggio che esprime la paura, l’ansia e il dolore della Persia.

Attraverso di lei, Eschilo prepara il pubblico alla notizia della disfatta e introduce il tema centrale della tragedia: l’arroganza di Serse che ha portato inevitabilmente alla rovina. Un personaggio fondamentale.

Ollé capisce che può sfruttare il testo di Eschilo per renderlo, a tratti forzatamente, universale, modernizzandolo, in alcuni casi, troppo. Se è pur vero che la guerra resta guerra anche ai giorni nostri, pur utilizzando mezzi diversi da lance e archi con le frecce, alcune incursioni in scena sembrano inutili e stridenti oltre a spezzare il racconto dei personaggi della tragedia.

Commesse, vedove di guerra o i cortei contro la guerra che siamo abituati a vedere in tv ti catapultano, quasi destandoti, alla realtà dei giorni nostri. Non sono i vestiti che indossano i personaggi o il grande schermo da cui fuoriescono i loro volti a dare fastidio ma quel voler mettere in evidenza che Eschilo è “moderno”.

La tragedia di Eschilo è già contemporanea nel suo messaggio senza alcun bisogno di doverlo sottolineare con reduci di guerra al mare con mogli e figli che vivono alienazione e allucinazioni.

Quando il teatro contemporaneo inserisce testimonianze o riferimenti espliciti all’attualità, il rischio è che il messaggio diventi didascalico. La tragedia greca possiede una forza simbolica enorme: spesso basta ascoltare il Messaggero che descrive Salamina o vedere Serse distrutto per pensare automaticamente ai conflitti di oggi.

Se la regia esplicita troppo il parallelismo, può togliere spazio all’immaginazione dello spettatore. Quella di Ollé è stata sicuramente una messa in scena coraggiosa, con attori monumentali, ma è probabilmente destinata a dividere il pubblico.

Chi cerca una messinscena filologica potrebbe trovarla eccessivamente moderna, mentre chi considera il teatro classico un’opera viva e dinamica capace di adattarsi nei secoli, allora probabilmente apprezzerà l’inventiva di Ollé. Sicuramente i tanti applausi alla fine dello spettacolo hanno premiato soprattutto la dote interpretativa degli attori in scena.

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Made in Pompei è una rivista mensile di promozione territoriale e di informazione culturale fondata nel 2010.

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