Alcesti di Euripide al Teatro Grande di Pompei: icona primordiale del primato sentimentale delle donne
POMPEI. Alcesti di Euripide è stata rappresentata nel Teatro Grande del Parco Archeologico di Pompei come terzo incontro col pubblico del Pompei Theatrum Mundi. Si tratta di uno spettacolo elaborato dall’Istituto del Dramma Antico nell’intento di ravvivare sentimenti e tradizionidel Mondo Antico del Mediterraneo.
L’Alcesti è uno spettacolo coprodotto dall’Inda con il Teatro Stabile del Veneto e la regia da Filippo Dini (traduzione di Elena Fabbro), protagonisti Deniz Ozdogan (Alcesti), Aldo Ottobrino (Admeto) e Filippo Dini (Ferete). Inoltre le musiche di Paolo Fresu, la scena di Gregorio Zurla, i costumi di Alessio Rosai, i disegni e le luci di Pasquale Mari.
Il testo corre sulla scia dell’ironia, l’arte del paradossale e la commedia popolare nell’intarsio di colori locali ed espressività che rimandano alle costumanze periferiche in una vivace comunicazione ambivalente, che strizza l’occhio ad un’ambientazione essenziale, che ricorda tanto il teatro di Pirandello.
Il racconto tragico procede tra gli enigmi della vita antica che impongono sacrifici incomprensibili agli umani, costretti a pagare sulla loro pelle, le punizioni imposte per i capricci degli dei, perennemente in contesa tra loro per la supremazia sulla coscienza umana.
Sulla scena ha preso corpo una rappresentazione tutto sommato divertente, ma allo stesso tempo avvilente, in cui trionfa sopra tutto e tutti l’iperbole dell’amore coniugale, dovuta al protagonismo di un’eroina che rinuncia alla sua giovane vita a difesa della sacralità del talamo coniugale, superando nella prova di estremo coraggio ed attaccamento anche il legame di sangue (del padre e la madre di Admeto) lacerato dal divario generazionale relativamente al valore conferito al sacrificio estremo per nobili fini.
Trionfa, con l’amore, l’amicizia non dimenticata che nasce dal rispetto per la sacralità dello straniero, ospite onorato anche a dispetto delle regole d’affetto e di dolore per il lutto subito a seguito della tragica perdita di una persona cara.
Alla fine sarà proprio il dolore umano a far ritornare la voglia di sorriso nonostante il clima incancellabile della tragedia. L’espediente teatrale incentrato su un inedito Ercole, buontempone, viandante in bicicletta e disinteressato al teatro cupo originato da vendette e gelosie mitiche dell’Olimpo.
Ne consegue che la meschinità degli esseri umani, vecchia quanto la terra, non viene superata neanche con le fatidiche promesse di amore esterno. L’azione teatrale del nostro racconto insieme alle vicende della vita potranno salvarsi solo grazie alla potenza del gran motore femminile portando a conclusione le storie e le loro emozioni in cui trionfa la morale dell’Alcesti di Euripide di 2500 anni fa, nel racconto del ricco e potente Admeto, re di Fere in Tessaglia, a cui Apollo aveva riservato il privilegio dell’immortalità a patto che altri avessero occupato il suo posto nell’Ade.
La tragedia di Alcesti racconta il rifiuto della sua gente (servi e familiari) di sacrificarsi per lui. Nessun altro che Alcesti, moglie che si offre in un impeto di generosità passionale. Ma compete alla giustizia del fato la scelta della carta vincente che offre un finale ad effetto grazie all’instancabile Ercole, che non si sottrae per amicizia alla fatica fuori copione di ripotare dagli Inferi la donna alla pienezza della vita coniugale. Vale a dire all’affetto del marito e dei figli e, con immenso stupore, alla certezza della propria amata casa.
La tragedia è stata ribaltata in un microcosmo riportato in un paesaggio contemporaneo (o quasi) in cui viene sommersa da tematiche, parole e trovate maldestre di un potentato locale, miserabile, cialtrone e colorito, in un contesto coreografico da avanspettacolo che ha presumibilmente divertito gli spettatori.
Nello stesso tempo è rimasto immobile l’orientamento dell’ago della bussola che punta all’affermazione di sentimenti fondamentali di uno stato etico come l’amicizia, il senso profondo di ospitalità (chissà perché ci viene in mente la costruzione di bunker per emigrati in Albania).
Soprattutto restano immutati gli equilibri supremi dell’amore che riconosce all’universo femminile il primato affettivo. Non siamo in grado di supporre quale sarebbe stato, all’epoca antica, il parere di Euripide sul finale di una tragicommedia da lui stesso messa in scena, anticipando tematiche contemporanee. In ogni caso la considerazione che del primato femminile sia convinto il regista Filippo Dini ci induce a condividere la conclusione a lieto fine della versione contemporanea, che assegna il primato all’amore femminile e la chiave dell’esito di una tragedia, una volta tanto a lieto fine.
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