«È quasi una tragedia»: l’Alcesti al Teatro Grande di Pompei

Testo di Giuseppe Di Leva / Foto di Susy Martire

POMPEI. Non esiste opera teatrale antica più “legata” alla Pompei moderna che l’Alcesti di Euripide. Correva l’anno 1927 quando, il 12 maggio, quello che una volta era il teatro destinato ad accogliere le antiche tragedie greche o le commedie di Plauto e Terenzio per la delizia degli antichi pompeiani, ritornava ad ospitare nuovamente il pubblico per assistere alla messa in scena di un’opera classica.

Eh sì, fu proprio la rappresentazione dell’Alcesti ad inaugurare le stagioni contemporanee del teatro pompeiano. Fu la “Compagnia degli Illusi”, importante circolo culturale fondato a Napoli nel 1919, ad esibirsi sul palco davanti addirittura al Re Vittorio Emanuele III. La rappresentazione dell’Alcesti – promossa dall’Enit (Ente Nazionale per l’Incremento delle Industrie Turistiche) – ebbe un successo enorme, potendo contare non solo su attori bravissimi ma anche sulla regia e traduzione del testo euripideo curate dal celebre grecista e critico Ettore Romagnoli.

A distanza di tanti anni ecco, quindi, ritornare a Pompei quella “tragedia/non tragedia” su cui si continua a dibattere sul suo reale senso ed inquadramento letterario. Nell’ambito della rassegna Pompeii Theatrum Mundi (progetto del Teatro di Napoli – Teatro Nazionale e Parco Archeologico di Pompei), Alcesti è ritornata a far vibrare il suo pathos in una produzione dell’Inda – Istituto Nazionale del Dramma Antico, Teatro Stabile del Veneto per la regia di Filippo Dini. Tre appuntamenti, tre serate (dal 3 al 5 luglio 2026) che hanno raccolto il successo partecipato del pubblico, avvinghiato ad una storia enigmatica, dai toni chiaroscurali, dalle tante chiavi di lettura che si attorcigliano soprattutto al grande mistero della morte.

Fondamentalmente, potremmo definire l’Alcesti una tragedia “a lieto fine” ma, probabilmente, solo formalmente. Nella conclusione della storia, infatti, si cela ben altro.Rappresentata per la prima volta nel 438 a.C. per le grandi feste Dionisie, essa – poiché collocata strutturalmente come quarta rappresentazione della tetralogia che includeva “Cretesi”, “Alcmeone a Psofi” e “Telefo” – si presentava come sostitutiva del dramma satiresco che serviva proprio a sciogliere le tensioni accumulate negli spettatori dalla visione delle precedenti tragedie del gruppo. Proprio questo aspetto tecnico permette ad Euripide di inserire elementi chiaramente buffoneschi, di rottura del dramma tragico come esemplato soprattutto nel personaggio di Eracle.

Ma Alcesti è anche cruciale come testo che introduce per la prima volta nel mondo teatrale l’atmosfera dei Misteri Orfici ed Eleusini. Mito e rito vengono trattati da Euripide con estrema libertà poetica ma senza dissacrazioni.

La storia è nota. Apollo vuole premiare Admeto, re di Fere, per l’ospitalità ricevuta, concedendogli l’alto dono di evitare la morte imminente. Il dio ha ingannato le Moire, ed ha ottenuto per il sovrano tessalo la possibilità di evitare il trapasso nell’Ade facendosi sostituire da altra persona. Admeto mette alla prova tutti, finanche i suoi vecchi genitori, nella speranza che qualcuno si sacrifichi per lui. Ma nessuno accetta.

A questo punto è la sua sposa e regina, Alcesti, che si offre di morire per dargli salva la vita. Tra situazioni di straziante dolore pubblico, contrasti familiari e irrinunciabili doveri di ospitalità, si dipana una vicenda che alterna cupo dolore, amaro riso liberatorio fino all’happy end che chiude la storia.

L’Alcesti di Filippo Dini, rappresentata già l’8 maggio al Teatro Greco di Siracusa per la sessantunesima stagione delle rappresentazioni classiche dell’Inda, si basa su una nuova traduzione del testo euripideo realizzata dalla grecista Elena Fabbro. La novità introdotta dalla Fabbro mira a dare nuova linfa al linguaggio del personaggio di Alcesti, visto nelle vecchie traduzioni come segno di subordinazione femminile. La Fabbro, invece, dona ad Alcesti un linguaggio composto da parole che le danno grande forza, autonomia e dignità.  Ad accompagnare la recitazione del testo e l’azione scenica le suggestive note del trombettista Paolo Fresu.

Alcesti si presenta come una macchina scenica potente che si sviluppa in un contesto allestitivo (opera di Gregorio Zurla) di estrema originalità. La reggia di Fere, la dimora di Admeto, non reca i segni di grandezza regale, appare come un resort lussuoso dove, forse, l’unico elemento che richiamerebbe gli antichi palazzi Reali potrebbe essere una struttura circolare con delle braci: un “megaron” dal design moderno.

Ma, la reggia-resort è davvero un colpo scenico che dà la cifra dell’intero allestimento: architettura razionalistica, di elegante cromatismo nero, arredata con attrezzi per il fitness, lettini da solarium, guardaroba elegante. Si esibisce un concetto di benessere alto-borghese più che regale. Un posto dove coltivare un’eterna giovinezza.

Si alza il sipario. Appare, dall’alto della reggia-resort, un dorato Apollo (Alessio Del Mastro) che ringrazia Admeto per l’ospitalità ricevuta ma che, segnando anche il distacco coi mortali – conoscendo l’imminente sventura – evita di introdursi nella dimora del re per non restarne contaminato anche se cerca, in una serrata sticomitia con il sopraggiunto Thanatos, racchiuso in un grigio impermeabile e recante un consunto registro da viscido contabile di morte (bravissimo Luigi Bignone), di dissuadere il demone mortifero dai propositi di portare via Alcesti. All’inevitabile rifiuto, Apollo risponde che verrà uno straniero che libererà Alcesti dalla morte. Ma Thanatos, accompagnato dai terrifici latrati di Cerbero, rimane sordo alle parole del dio e si appresta alla consacrazione della regina al regno dei morti.

Scendendo dai gradini della cavea del teatro pompeiano, entrano in scena le lamentazioni e i dubbi del Coro – gli anziani cittadini di Fere – sulla sorte di Alcesti, con la Serva (l’austera Sandra Toffolatti) che cerca di dissolverli: Alcesti? “Puoi dirla sia viva che morta”. L’anziana custode celebra l’aretè (la virtù) della sposa, di chi sa di morire per altri, lei che è, ora, “la migliore di tutte le donne”.

Fanno ingresso ora Alcesti ed Admeto, accompagnati dai figlioletti Eumelo e Perimele. Il pathos adesso si spinge al massimo. È un confronto d’addio serrato quello che si svolge tra i coniugi, in cui Alcesti (splendidamente intensa Deniz Ozdogan) è un corpo che già si sta abbandonando al mondo di sottoterra. Il morbo che la sta spegnendo non può essere fermato, le flebo e le bombole d’ossigeno – chiari segni strumentali di una moderna medicina che è assolutamente inutile di fronte alla morte decisa dagli dèi – non hanno effetto, Alcesti le respinge.

Il respiro della donna si fa corto, sembra quasi in estasi divina. Chiama i figli, li raccomanda al padre che afferma che sarà per loro anche madre. Ma, soprattutto, impone ad Admeto (eccellente interpretazione di Aldo Ottobrino) il giuramento di non prendere più moglie dopo la sua morte. Qui assistiamo ad un topos presente nella cultura greca: quello che vedeva nelle matrigne le prime nemiche dei figli di primo letto, destinati a subire maltrattamenti e finanche infamie.

Admeto è distrutto, cerca di rassicurare la moglie morente, è disperato fino a spingersi a desiderare la morte anche per lui con parole che sono la prima attestazione della discesa agli inferi di Orfeo, e a rivelare una chiave di lettura della tragedia in senso orfico ed iniziatico, oltre ad essere una delle prime attestazioni letterarie della sizigia eros-thanatos: «E se avessi la lingua e il canto di Orfeo / così da ammaliare la figlia di Demetra e il suo sposo / e portarti via dall’Ade, / scenderei sotto terra, e non potrebbero fermarmi / né il cane di Plutone né Caronte / che traghetta le ombre curvo sul remo, / prima che io ti abbia riportata, viva, alla luce. / E tu aspettami laggiù, il giorno che morirò, / e prepara la casa, pensando che vi abiterai con me. / Ordinerò a questi nostri figli / di seppellirmi nella tua stessa bara, al tuo fianco: / neanche da morto potrei stare senza di te, / l’unica che non mi abbia tradito».

Alcesti, dopo che Admeto ha accolto le sue volontà, si spegne tra le sue braccia. Il re la adagia sul letto nuziale e, con straordinario e riuscito “gesto” scenico”, lo spettatore osserva lo spirito di Alcesti che emerge dal talamo per poi essere rincorso da Cerbero che lo afferra per portarlo verso il regno di Ade.

Irrompe, adesso, sulla scena, a bordo di una bicicletta, un esuberante Eracle. Il figlio di Alcmena viene rappresentato da Dini come un rumososo “cafone” con una pesante collana d’oro al collo, indossa un vistoso cappotto di pelliccia giallo che allude al tipico attributo erculeo della leontè. Non regge una clava ma una bottiglia di prosecco, in preda ad un’estasi che sembra aprire la tragedia ad un’altra chiave di lettura nel senso dell’iniziazione ai misteri eleusini.

Con Eracle, il regista sposta la tragedia sul piano, appunto, del dramma satiresco. Se ne accorge il pubblico che apprezza, divertito, il chiassoso eloquio in dialetto veneto del semidio (interpretato da un magnifico ed atletico Denis Fasolo) giunto alla reggia di Admeto di passaggio, mentre sta per raggiungere la terra dei Bistoni per strappare a Diomede la terribile quadriga di cavalle antropofaghe da condurre ad Euristeo, ottava delle sue leggendarie dodici fatiche.

Eracle, tuttavia, si accorge che Admeto reca i segni del lutto. Si svolge un dialogo tra i due dove a prevalere è il desiderio del re tessalo a non mancare ai doveri dell’ospitalità, facendo credere ad Eracle che la reggia è in lutto per la morte di una donna accolta orfana in casa, nonostante che il figlio di Alcmena sapesse del destino di Alcesti comunque, a suo dire, non ancora compiuto. Eracle è così accolto in un’ala della reggia separata dalle stanze dove si possono udire pianti e lamentazioni funebri.

Diversa è l’accoglienza che Admeto riserva, invece, al padre Ferete. Assistiamo, anche nella versione registica di Dini, a uno dei momenti più tesi dell’azione scenica che ritorna a farsi “tragedia”. Ferete è giunto per onorare con offerte funebri Alcesti ma Admeto gli rinfaccia l’egoismo crudele di non essersi sacrificato per il figlio evitando il dolore di vedere morire la sua sposa ancora in giovane età. È uno scontro di visioni esistenziali, non generazionali. La vita è una sola e, come nelle Baccanti, Euripide ci rappresenta dei vecchi che amano la vita fino all’ultimo giorno.

Ma è anche uno scontro dove ognuno rinfaccia all’altro l’accusa di viltà, di codardia. Anche se è moralmente inaccettabile la morte di un giovane, Ferete appare un gigante nei confronti di un figlio che ha consentito di salvarsi dalla morte assistendo al sacrificio massimo della moglie, e lo rimprovera con un sarcasmo ferocissimo: «E mi rinfacci la mia codardia proprio tu, miserabile, / tu, che vali meno della donna / che è morta per il bel giovanotto che tu sei?». Seguono i funerali di Alcesti, portata via dagli anziani di Fere su una lettiga verso la pira e poi il sepolcro.

L’azione drammatica si sposta, poi, nuovamente sui terreni della “quasi” commedia. Irrompe in scena il Servo (un bravissimo Bruno Ricci) che ha avuto l’incarico di assistere l’ospite preparandogli le mense ordinate da Admeto. Il Servo denuncia, in un esilarante dialetto salentino, l’indelicatezza di Eracle, completamente annebbiato dagli effetti del “vino puro”, mentre in un’altra parte del palazzo si piangeva la morte di Alcesti.

Ma ecco che, cantando “Quel mazzolin di fiori”, spunta proprio Eracle impugnando una fiaschetta di liquore. Il semidio non capisce la tristezza che traspare dal volto del servo per un lutto di una donna estranea alla famiglia reale. Lo invita, quindi, a lasciarsi trasportare solo dai voleri di Afrodite, annullandosi nel bere, perché i mortali devono comprendere la preziosità della vita e goderne giorno per giorno, perché tutto dipende dalla sorte. Il servo, stupito dalla non conoscenza della verità da parte di Eracle, gli rivela tutto e, il semidio, si strugge per aver gozzovigliato nella casa di un ospite colpito da simile disgrazia ma, allo stesso tempo, promette di rimediare e premiare l’ospitalità di Admeto riportandogli la donna amata strappandola dalle grinfie di Thanatos: «Devo salvare la donna che è appena morta, / e restituirla a questa casa, / per dimostrare ad Admeto la mia riconoscenza».

Eracle si allontana per compiere la sua promessa, mentre Admeto fa ritorno alla reggia straziato, nonostante le parole del Coro che cercano di consolarlo. Il re, adesso, comprende il vuoto, capisce che la sua vita, sebbene salva, sarà una vita di dolore nel ricordo di aver perso la migliore delle donne: «Amici, penso che la mia sposa / sia stata più fortunata di me, anche se non sembra, / perché non la sfiorerà mai più nessun tormento, / e ha messo fine a molte sofferenze nella gloria. / Io invece, che non avrei dovuto vivere, vivrò una vita di dolore, / dopo avere eluso il mio destino: / ne sono consapevole, adesso. / Come sopporterò di entrare in questa casa?».

Il regista, a questo punto della rappresentazione, cala sulla vicenda un altro esemplare “gesto scenico”: una vorticosa, estatica danza delle ancelle del Coro che levano un canto di lamentazione per il destino dei loro padroni che sono stati avvinti e vinti dalla dea Ananke, la Necessità, cui non sono destinati altari e sacrifici ed a cui anche gli déi devono sottostare.

Ma ecco giungere Eracle, reca sulle spalle un corpo di donna avvolto in un manto e col volto celato da un bianco velo (si ritorna ad un concetto d’iniziazione misterico, quello dello “svelamento”). Dopo essersi scusato per non aver compreso che a morire era stata Alcesti, offre in custodia quella donna che lui dice conquistata in una gara atletica. Admeto si rifiuta più volte di accoglierla, gli ricorda per le forme nientemeno che la perduta Alcesti. Eracle insiste e, infine, Admeto è costretto ad accettare. Allora Eracle gli impone di toccare la mano della donna. Poi, il figlio di Alcmena si avvicina alla donna e ne toglie il velo dal volto: è Alcesti, macchiata del sangue di Thanatos a cui Eracle l’ha strappata con gran fatica.

Admeto, incredulo, ringrazia Eracle e gli chiede di restare per celebrare la ritrovata gioia della casa del re. Ma, allo stesso tempo, non capisce perché Alcesti non parla ancora. Eracle gli risponde che lei è ancora legata al mondo dei morti e che ci vorranno tre giorni per purificarsi dal buio terrifico del mondo di sottoterra.

La tragedia si chiude con le parole del coro: «Molte sono le forme delle cose divine, / molti eventi inattesi portano a compimento gli dei: / e quello che ci aspettavamo non è accaduto, / mentre il dio ha trovato un varco per l’imprevedibile. / Così è finita questa vicenda».

Il regista, tuttavia, fa calare il buio del sipario (le luci spente) non prima di aver celebrato il ritorno a casa di Alcesti col suo struggente canto di rinascita. Un ritorno alla vita che, però, consegnerà una donna diversa, una donna che ha attraversato l’orrore, la disperazione, un essere sacrale e misterioso allo stesso tempo.

Forse quello che consegna allo spettatore l’Alcesti di Euripide, oltre ad uno dei temi fondamentali dell’umana condizione – la necessità della morte, la sua ineludibilità – è una rivelazione di misteri soteriologici dove l’autoannullamento per amore, per la persona amata, conduce alla salvezza ed alla garanzia di una vita oltre la morte. Alcesti ritorna dall’oltretomba dove era stata condotta per sacrificio d’amore, risorge completamente cambiata, ancora più pura. Alcesti, quindi, pare sorprendentemente anticipare temi che saranno propri della religione soteriologica per eccellenza: il Cristianesimo.

ALCESTI di Euripide
regia Filippo Dini
traduzione Elena Fabbro
con Alessio Del Mastro (Apollo), Luigi Bignone (Thanatos), Sandra Toffolatti (Ancella), Deniz Ozdogan (Alcesti), Aldo Ottobrino (Admeto), Denis Fasolo (Eracle),  Filippo Dini (Ferete),  Bruno Ricci (Servo),  Carlo Orlando (Capo coro) coro Simonetta Cartia, Gennaro Di Biase, Riccardo Gamba, Lucia Limonta, Margherita Mannino, Carolina Rapillo, Ottavia Sanfilippo, Roberto Serpi, Chiarastella Sorrentino, Dalila Toscanelli
scena Gregorio Zurla
costumi Alessio Rosati assistente Giulia Giannino
musiche Paolo Fresu
movimenti Alessio Maria Romano
disegno luci Pasquale Mari
assistente alla regia Arianna Sorci
produzione Inda – Istituto Nazionale del Dramma Antico, Teatro Stabile del Veneto

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Made in Pompei è una rivista mensile di promozione territoriale e di informazione culturale fondata nel 2010.

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