Una, nessuna e centomila Duse al Mercadante di Napoli
NAPOLI. Il sipario rosso del Teatro Mercadante di Napoli è semiaperto per l’unica serata de “La Duse” Nessun Opera di Adriano Bolognino e Rosaria Di Maro l’otto maggio 2026.
Poi la musica di Giuseppe Villanova e una leggera luce in scena introducono il pubblico allo spettacolo. Sul fondo del palco si intravedono immobili due danzatrici ed è chiaro il riferimento alla Duse che entrava in scena quasi senza essere vista per restare immobile, come sospesa in qualcosa d’interiore; analogamente le danzatrici, anche quando il sipario si apre del tutto e la musica procede, restano in questa vibrante stasi, fatta d’interiorità che diviene esteriorità.
Sulla sinistra un enorme lampadario a gocce a dare contesto alla scena e poi le nove danzatrici che in abiti color carne con tulle nero iniziano a dare corpo e vita allo spettacolo.
Ispirato al testo di Mirella Schino, Eleonora Duse Storie e immagini di una rivoluzione teatrale, questo lavoro da omaggio all’attrice si eleva ad omaggio alle donne, all’arte del teatro, all’amore per l’interpretazione, all’essere persona più che personaggio, o meglio a vivere il personaggio interpretato fino a renderlo reale.
Si tratta di un lavoro che non ha nulla di biografico e senza una drammaturgia precisa, un lavoro di cui l’esplicativo sottotitolo Nessun opera racchiude l’essenza: non c’è una protagonista in scena, ci sono sono danzatrici che rievocano dei gesti, dei modi di stare in scena, dei respiri e quella ricerca di autenticità che della Duse sono stati marchi di fabbrica.
Si percepisce questo nel primo atto dello spettacolo caratterizzato da una danza in cui lentezza e rapidità, stasi e movimento, forma plastica e dinamica si alternano in maniera magistrale, tra cadute e risalite, pose di spalle e posture che ad uno sguardo attento sono di dusiana ispirazione e che possono al contempo essere di tutti e di nessuno.
Il secondo atto si apre con un video in cui è protagonista la stessa Di Maro che ricorda enormità e piccolezza, evoca suggestioni, suggerisce punti di vista, dissolve il teatro portando in un non luogo ulteriore in cui la Duse non è quella di prima, è divenuta anziana e Divina.
Poi tornano le danzatrici dal vivo, quella in carne ed ossa e sono uguali e diverse, vanno all’unisono e rompono la sincronia, hanno un’anima comune , ma sono persone diverse, oppure sono la stessa persona, ma tanti personaggi.
E il palcoscenico si riempie di petali di rosa ed è tra essi che alla fine si danza in questa confusa congerie di solitudini e comunanza. Una, nessuna e centomila.
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