Ecco quanto costava dipingere una parete di blu nell’antica Pompei
POMPEI. Quanto costava dipingere di blu una stanza nell’antica Pompei? La risposta arriva da uno studio scientifico pubblicato sulla rivista internazionale “npj Heritage Science”, che ha analizzato il celebre “Sacrario Blu” emerso durante gli scavi nella Regio IX della città vesuviana. I risultati mostrano quanto fosse prezioso il pigmento utilizzato per decorare le pareti: il solo blu egizio impiegato nella stanza poteva costare tra il 50 e il 90% del salario di un legionario romano.
La ricerca è stata condotta dal Massachusetts Institute of Technology (Mit) in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei e con l’Università degli Studi del Sannio. Gli studiosi hanno esaminato il pigmento blu che rivestiva interamente le pareti dell’ambiente, noto agli antichi romani come caeruleum. Il blu egizio era uno dei pigmenti più apprezzati del mondo antico: un colore intenso e brillante, associato alla ricchezza, allo status sociale elevato e alla sfera divina.
L’indagine scientifica ha utilizzato diverse tecniche di analisi, tra cui la luminescenza indotta da luce visibile, la microscopia elettronica con spettroscopia a dispersione di energia (SEM-EDS) e la spettroscopia Raman. L’approccio multiscala, che ha combinato metodi non distruttivi e microdistruttivi, ha permesso di mappare la distribuzione del pigmento sulle superfici e di identificare il metodo di applicazione con la tecnica dell’affresco.
Grazie a queste analisi è stato possibile stimare con precisione la quantità di colore utilizzata. Gli studiosi calcolano che sulle pareti della stanza siano stati applicati tra 2,7 e 4,9 chilogrammi di blu egizio. Tradotto in termini economici dell’epoca, questo quantitativo avrebbe comportato una spesa compresa tra 93 e 168 denari.
Una cifra considerevole, se confrontata con il reddito medio di un soldato romano, che conferma l’alto valore simbolico ed economico attribuito a questo pigmento. Il dato assume un significato ancora più rilevante considerando che il blu egizio negli affreschi pompeiani veniva solitamente utilizzato in piccole quantità per dettagli decorativi.
Nel caso del cosiddetto “Sacrario Blu”, invece, l’intero ambiente risulta rivestito dal pigmento, circostanza piuttosto rara nel panorama delle pitture parietali dell’antica città. La stanza è stata scoperta nel giugno 2024 durante gli scavi nella Regio IX, lungo il percorso che conduce alla Casa del Larario.
Gli archeologi hanno individuato un ambiente isolato caratterizzato da pareti interamente dipinte di blu, emerso tra depositi di materiale vulcanico legati all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. che seppellì Pompei. Le dimensioni dell’ambiente sono relativamente contenute, circa 8 metri quadrati, ma il valore decorativo è notevole.
Il sacello apparteneva, infatti, a una domus di alto livello dotata di un grande salone affrescato, pitture di II e III stile e perfino di un impianto termale. L’e-journal scientifico del Parco Archeologico ha identificato la stanza come un sacrario, cioè uno spazio dedicato alla conservazione e alla celebrazione dei costumi e delle memorie della tradizione romana.
A differenza del larario, luogo del culto domestico degli antenati legato alla figura del pater familias, il sacrario aveva la funzione di custodire simbolicamente il ricordo di un passato ritenuto esemplare.
Nel caso della “stanza blu” della Regio IX, l’ambiente sembra essere stato concepito come una sorta di “museo domestico” dedicato alla memoria della Roma repubblicana, evocata attraverso immagini allegoriche e simboliche.
Le pareti del sacello sono decorate con figure femminili su fondo blu, collocate accanto alle nicchie della parete centrale, dove probabilmente erano esposte statuette o oggetti di culto oggi scomparsi, forse sottratti durante scavi clandestini avvenuti in epoche passate.
Sulle pareti laterali compaiono invece le quattro stagioni, le Horae, mentre sulla parete centrale sono raffigurate allegorie dell’agricoltura e della pastorizia, riconoscibili dagli attributi dell’aratro e del pedum, il bastone corto usato da pastori e cacciatori.
Il colore azzurro, negli affreschi pompeiani, era raramente utilizzato su superfici estese. Proprio per il suo costo e per il forte impatto visivo era riservato ad ambienti di particolare importanza decorativa. La scelta di ricoprire completamente la stanza con il blu egizio suggerisce quindi un investimento significativo da parte dei proprietari della casa, probabilmente appartenenti a un’élite cittadina.
Gli scavi hanno restituito anche numerosi oggetti legati alla vita domestica e ai lavori di ristrutturazione in corso al momento dell’eruzione. All’interno dell’ambiente sono state rinvenute 15 anfore da trasporto provenienti da masserie, oltre a un corredo in bronzo composto da 2 brocche e 2 lucerne.
Accumuli di materiali edilizi indicano che l’intero complesso era interessato da interventi di rinnovamento. All’ingresso della stanza è stato inoltre trovato un mucchio di gusci di ostriche già consumate, che venivano triturate per essere mescolate agli impasti destinati a intonaci e malte.
Secondo gli studiosi, alla vigilia della catastrofe del 79 d.C. la città viveva una fase di trasformazione culturale. Lo stile di vita urbano era sempre più influenzato dalle mode provenienti dall’Oriente, mentre molte attività produttive erano affidate a schiavi e liberti nelle ville rustiche del territorio. In questo contesto, la memoria di un passato austero e repubblicano veniva spesso idealizzata attraverso simboli e immagini evocative, come quelle presenti nel sacrario della Regio IX.
Lo studio sul blu egizio dimostra come le moderne tecniche di diagnostica scientifica possano contribuire non solo alla comprensione delle tecniche pittoriche antiche, ma anche alla ricostruzione degli aspetti economici e sociali della vita romana. Analizzare la quantità di pigmento utilizzata e il suo valore di mercato consente infatti di comprendere meglio il livello di investimento materiale che le famiglie pompeiane erano disposte a sostenere per decorare i propri spazi domestici.
Nel caso del Sacrario Blu, il colore che oggi affascina gli studiosi racconta anche una storia di prestigio, di identità culturale e di scelte economiche. Un blu intenso che, a distanza di quasi duemila anni, continua a restituire nuove informazioni sulla società che abitava l’antica Pompei.
Leggi anche: Scoperta la Stanza Blu nella Regio IX di Pompei
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