A Napoli in scena Metadietro: frammento, eccesso e dispositivo della provocazione

NAPOLI. Nel panorama teatrale contemporaneo italiano il lavoro di Antonio Rezza e Flavia Mastrella, occupa da tempo una posizione singolare: una pratica performativa che assume la provocazione come linguaggio e costruisce il rapporto con lo spettatore attraverso destabilizzazione, eccesso e rovesciamento delle convenzioni sceniche.

Metadietro, presentato al Teatro San Ferdinando, si colloca pienamente in questa traiettoria, radicalizzandone tuttavia alcune tensioni fino a renderle oggetto d’interrogazione critica.

Lo spettacolo si costruisce come un flusso frammentario che procede per accumulo di immagini, azioni e provocazioni, senza mai trovare un centro stabile. Il testo si disperde in molteplici direzioni, toccando temi sociali, politici e antropologici, ma senza riuscire davvero a metterli a fuoco.

La drammaturgia sembra voler mettere in scena più di quanto riesca a sostenere, moltiplicando spunti e suggestioni fino a svuotarli di incisività. Il risultato è una struttura che si espande continuamente, ma fatica a produrre un reale sviluppo: il viaggio scenico evocato resta sospeso, e il movimento incessante della rappresentazione rischia paradossalmente di non condurre in alcun luogo.

Elemento dominante della serata è la ripetizione insistita di battute, situazioni e meccanismi comici. La cifra stilistica della reiterazione – tratto distintivo del linguaggio di Rezza – qui assume una dimensione ridondante, prolungando eccessivamente gli stessi nuclei espressivi fino a generare una sensazione di saturazione.

Eppure il pubblico risponde con entusiasmo: fragorose risate attraversano la sala, segno di una partecipazione emotiva immediata e di un’efficacia comica indiscutibile sul piano dell’intrattenimento. Questa risposta calorosa, tuttavia, non dissolve la percezione di una costruzione che insiste più sull’effetto che sul significato.

Uno degli aspetti più evidenti dello spettacolo è il trattamento deliberatamente aggressivo riservato al pubblico e, più in generale, al sistema teatrale stesso del Rezza quale si sente – senza difficoltà ad ammetterlo – idolo indiscusso.

Gli spettatori diventano di sovente oggetti di scherno, bersagli di una satira che non si limita a provocare, ma sembra assumere la forma di un vero e proprio esercizio di potere scenico.

Il pubblico paga per assistere a un’esperienza in cui viene reiteratamente esposto, ridicolizzato, trasformato in oggetto critico. Più che creare uno spazio di riflessione condivisa, la performance appare come un dispositivo in cui la relazione scenica rafforza la centralità e l’autorità dell’artista che si spinge fino ad esortare gli addetti ai lavori a chiudere le tende dell’uscita perché il pubblico può lasciare la sala solo dopo che l’artista ha abbandonato il palco.

In questa dinamica emerge una tensione all’autocompiacimento che attraversa l’intera rappresentazione. La scena diventa il luogo di una continua riaffermazione della propria libertà espressiva, ma questa libertà sembra orientata più alla celebrazione della propria radicalità che alla costruzione di un dialogo con lo spettatore.

L’atto provocatorio perde così la sua funzione critica per trasformarsi in gesto autoreferenziale. Offendere da una posizione di potere – quella dell’artista sul palco – appare distante dall’idea di arte come apertura, interrogazione o ricerca condivisa, avvicinandosi piuttosto a una forma di vanagloria scenica.

Resta interessante la dimensione visiva del lavoro: gli habitat scenici ideati da Mastrella costruiscono spazi mobili e suggestivi, ambienti in continua trasformazione, che definiscono l’universo performativo dello spettacolo. La forza delle immagini, tuttavia, non sempre trova un corrispettivo nella chiarezza del discorso teatrale.

Metadietro conferma la radicalità di Rezza e Mastrella e la loro capacità di generare reazioni forti, entusiasmo e partecipazione. Tuttavia la provocazione, reiterata e assolutizzata, rischia qui di diventare fine a sé stessa. Quando l’atto di destabilizzare si sostituisce alla costruzione di significato, la tensione artistica può scivolare verso l’esibizione del proprio potere espressivo.

Lo spettacolo lascia dunque una domanda aperta: fino a che punto la provocazione può dirsi ancora gesto artistico, e quando invece si trasforma in affermazione autoreferenziale? In questo equilibrio fragile tra libertà creativa e responsabilità estetica si gioca il senso ultimo di un lavoro che divide, diverte e inquieta, ma che fatica a trasformare la propria energia in autentico spazio di riflessione condivisa.

Nicoletta Severino

Nicoletta Severino

Danzatrice e coreografa, dirige la scuola di danza "Attitude" di Napoli. Proviene da studi filosofici e collabora con varie testate, trattando temi di attualità, di arte e di cultura.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *