L’ultima danza di André e Dorine al Teatro San Ferdinando di Napoli

NAPOLI. Il palcoscenico del Teatro San Ferdinando di Napoli ha ospitato, in un’unica data, Storia di un amore, libero adattamento di Giovanni Mazzara e Andrea Tidona dal celebre testo di André Gorz, Lettera a D.. Un’operazione che sulla carta prometteva una stimolante commistione tra parola, musica e danza, ma che nella resa scenica è scivolata in una linearità eccessiva, priva di veri picchi drammatici.

L’adattamento teatrale del testo ha invero permesso di fondere il rigore del pensiero con la fragilità del corpo, ma alcune rigidità strutturali ne hanno condizionato il ritmo complessivo.

Il testo di Gorz è, per sua natura, una confessione intima e retrospettiva. Sebbene la drammaturgia sia solida e la recitazione di Andrea Tidona dimostri tutta la maestria di un attore di razza, lo spettacolo fatica a staccarsi dalla dimensione della pura “narrazione”.

I monologhi scorrono corretti, eleganti, ma privi di quei momenti di slancio o di enfasi necessari a scuotere lo spettatore. Si avverte la mancanza di una progressione emotiva: la parola resta ferma su un unico tono narrativo che, pur nella sua compostezza, finisce per appiattire il pathos della vicenda.

Tidona ciononostante presta a Gorz una voce calda, venata di quel rimpianto lucido tipico di chi guarda indietro non per nostalgia, ma per comprensione; la sua interpretazione restituisce l’immagine di un intellettuale che scopre, quasi con stupore, come il suo sistema filosofico non sarebbe esistito senza la complice dedizione della moglie Dorine.

L’elemento che più avrebbe dovuto dare dinamismo alla storia, la danza di Yuriko Nishihara, si è rivelato paradossalmente uno dei punti di maggiore fissità. Nonostante la qualità tecnica e stilistica dell’interprete, la coreografia non sembra subire alcuna evoluzione in parallelo con il passare degli anni e il mutare degli eventi.

Dorine resta sempre uguale a se stessa: diafana, eterea, nei suoi eleganti developpès alla seconda o nelle sue bellissime attitude. Non c’è una maturazione nel passo, non c’è il peso della sofferenza o della malattia che s’impossessa del corpo.

Questa scelta rende la danza quasi slegata dalla linea temporale della storia; invece di essere appannaggio della narrazione e motore del cambiamento, il movimento coreutico rimane un ornamento estetico che si ripete identico dall’inizio alla fine, perdendo così la sua forza comunicativa.

Mentre il testo parla di malattia, di invecchiamento e di una simbiosi che si fa cura fisica,il movimento della Nishihara resta prigioniero di un’estetica quasi impalpabile, bellissima, ma inaderente all’evoluzione del testo. Questa Dorine sempre uguale a se stessa finisce per apparire slegata dalla storia; la sua danza non diviene così strumento narrativo al pari della parola, ma mero ornamento estetico che non riesce a farsi metafora del corpo che decade, contrapposto allo spirito che resta saldo.

Anche l’impianto visivo ha contribuito alla sensazione di uno spettacolo piatto. La scenografia è ridotta ai minimi termini – una scrivania e poco altro – lasciando un vuoto che avrebbe dovuto essere riempito da un disegno luci dinamico. Al contrario, le luci di Felicetta Giordano sono rimaste costantemente soffuse, senza mai creare differenziazione tra i vari momenti della vita dei protagonisti o sottolineare i passaggi psicologici del testo.

La mancanza di movimenti scenici e una regia che non osa spostare gli equilibri spaziali rendono la visione monocorde. Se l’idea della commistione tra le arti è lodevole e le musiche dal vivo di Giuseppe Milici e Mauro Schiavone rappresentano il vero valore aggiunto della serata per intensità e bellezza, l’insieme soffre di una stasi eccessiva.

Storia di un amore è un’opera esteticamente curata e intellettualmente onesta, ma che paga il prezzo di una direzione troppo prudente. Tra una narrazione priva di picchi e una danza che non conosce evoluzione, lo spettacolo resta sospeso in un limbo etereo, mancando l’appuntamento con quella carne viva e sofferente che il testo di Gorz avrebbe richiesto; resta un rito civile e sentimentale di alto profilo intellettuale, che ha il pregio non scivolare mai nel patetico, ma privo di quella forza d’urto necessaria per elevarne l’eleganza formale alla dimensione più fortemente emotiva.

Il suo maggior merito risiede nella capacità di mostrare quel passaggio cruciale in cui Gorz depone le armi della teoria per arrendersi all’evidenza dell’Altro, nella capacità di portare in scena l’uomo dietro il filosofo – che capisce di aver “scritto molto su ciò che non era essenziale” rispetto alla vita con Dorine – nella capacità di riportare al centro il tema della fedeltà come atto politico e filosofico. In questo risiede la sua principale forza.

Nicoletta Severino

Nicoletta Severino

Danzatrice e coreografa, dirige la scuola di danza "Attitude" di Napoli. Proviene da studi filosofici e collabora con varie testate, trattando temi di attualità, di arte e di cultura.

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