Quando la finirai con Pina Bausch? Nessuno dovrebbe farlo mai!
NAPOLI. “Quando la finirai con Pina Bausch?” è un atto unico di circa 70 minuti che mette in campo un’idea semplice e, se riesce, potentissima: non raccontare la storia biografica e coreografica di Pina Bausch, ma l’impronta emotiva e culturale che il suo lavoro è riuscito ad instillare dentro chi guarda e dentro chi crea. La stessa scheda ufficiale insiste su questo punto: un sogno d’amore verso un’artista mai conosciuta personalmente dal regista, un mosaico di immagini, ricordi e frammenti che, impressi nella sua mente, diventano materia teatrale.
E infatti l’intero lavoro è quasi una dedica d’amore del regista, Giuseppe Sollazzo, all’artista tedesca che ha improntato con il suo lavoro un modo nuovo di fare teatro con un lascito enorme che ancora ispira e dà vita a materiale nuovo. Materia creata che a sua volta produce nuova materia, in un circolo tra ispirazione e citazione, ammirazione e fedeltà alla Maestra assoluta del Teatro novecentesco.
La drammaturgia e regia di Giuseppe Sollazzo dichiara di attingere a più fonti: suggestioni dell’immaginario bauschiano e frammenti di vita (New York, l’infanzia nel ristorante dei genitori, il rapporto con i danzatori), con il supporto di una voce fuori campo che restituisce la semplicità e la profondità delle parole dell’artista.
Questo impianto, sulla carta, rifiuta la narrazione lineare per cercare l’effetto che Giuseppe Sollazzo stesso rivendica in un’intervista: un teatro meno soggetto alla supremazia del testo recitato, più vicino a un linguaggio non verbale e compositivo.
Il rischio di un dispositivo simile è la cartolina. Una sequenza di citazioni che gratifica chi già conosce e lascia fuori gli altri: le sedie di Cafè Muller, gli abiti eleganti da sera degli attori, la danza che si rifà ai gesti ed alle azioni quotidiane elevate al rango di materia artistica, il pubblico che si ribella, i palloncini rossi, i garofani, le sottane bianche e ancora e ancora. Cose da fan – che io stessa ho amato e che sono vivide nel mio immaginario – ma non coglibili da chi non conosce l’opera della coreografa.
Il punto per il regista però non è spiegare Pina Bausch, piuttosto usarla come lente attraverso la quale guardare per cogliere qualcosa che sembrerebbe incoglibile, per riportare in vita il modo di operare di Bausch, il suo processo creativo, le sue domande incessanti e senza risposta, le sue visoni, la sua trasfigurazione di una realtà spesso dolente, ma che lascia spazio all’ironia; un modo per parlare di ciò che resta in noi di tutto questo, delle cicatrici che credevamo archiviate e che riaffiorano con un semplice gesto o un’immagine.
Se questo scatto avviene, il risultato può essere un teatro che non chiede di capire tutto, ma di riconoscersi. Un dato concreto e decisivo è la presenza, in credito, di movimenti coreografici firmati da Beatrice Libonati, indicata come storica collaboratrice di Pina Bausch. Questo non è un dettaglio ornamentale: è una scelta che punta a evitare l’imitazione e a lavorare piuttosto su un’eredità di metodo, posture, tensioni relazionali.
In scena agisce un nucleo ampio di interpreti – attori e danzatori, più l’innesto di presenze non professioniste dichiarato nella nota – che suggerisce un dispositivo corale: nessun protagonista, ma quadri, aggregazioni, micro-rituali che possono accendersi e spegnersi come ricordi.
Le parole della scheda ufficiale sono molto nette: alcuni artisti sono punti di non ritorno, dopo di loro, “niente è più come prima”. Lo spettacolo sembra costruire proprio su questa idea il suo cuore emotivo: la dipendenza dall’immagine, il desiderio di tornare a un “prima” impossibile, l’imbarazzo di sentirsi minuscoli rispetto a un mito, e insieme l’urgenza di attraversarlo.
Lo spettacolo, visto al Teatro San Ferdinando di Napoli il 31 gennaio 2026 tocca anche temi sociali duri – viene citato esplicitamente il femminicidio – e lo fa in maniera assolutamente anticonvenzionale, per poi comporsi gradualmente in una logica distorta ma coerente. È un modo di procedere molto bauschiano: il disorientamento iniziale che diventa adesione quando si accetta la grammatica dello spettacolo e si entra nel suo modo di procedere.
Il cuore estetico dichiarato è questo: Pina Bausch come artista che non offre risposte ma domande, non storie, ma emozioni; e il teatro come radiografia feroce che contiene anche un pronto soccorso per le ustioni. Se lo spettacolo riesce a incarnare davvero questa contraddizione – ferita e unguento – allora la sua riuscita non sta nella precisione filologica, ma nella capacità di produrre immagini necessarie, di farle restare addosso.
L’atto unico di 70 minuti obbliga ad un ritmo senza interruzioni: è un formato che favorisce la trance percettiva, però punisce qualsiasi ridondanza. Se alcune sequenze insistono troppo sul riferimento, lo spettatore può staccarsi; se invece la composizione alterna densità e vuoti, può innescare quello stato tipico per cui “non capisci tutto, ma senti”.
Lo spettatore deve avere disponibilità ad accogliere un linguaggio ibrido fatto di teatro, danza, immagine, e lasciarsi riempire e toccare da immagini che, se conosce il lavoro di Bausch, sono vivide nella sua memoria. Inoltre può cogliere nell’operazione di Beatrice Libonati, l’abilità di dare corpo a una memoria che altrimenti resterebbe solo evocata.
Il limite possibile è lo stesso di ogni operazione “a frammenti”: se lo spettatore non aggancia il flusso (o se la messa in scena si appoggia troppo al nome), resta fuori. Ma se aggancia, esce con quella sensazione rara di aver assistito non a una storia, bensì a un meccanismo emotivo: un’ossessione che si trasforma in teatro.
Ed ecco che alla fine torna la domanda inziale che ossessiona il regista e dà il titolo allo spettacolo: quando la finirai con Pina Baush? La domanda è retorica. Tre quarti del teatro e della danza contemporanei non sarebbero gli stessi senza Pina Bausch: non è un’artista, è un’istituzione.
Mai si chiuderà con lei, ha inventato un genere – il teatrodanza – un modo di procedere – attraverso interrogazioni – un teatro della realtà che non trasfigura, ma osserva e traduce in linguaggio scenico la quotidianità. Ha saputo portare in scena e dare potenza espressiva a “pezzi” di natura o residui di oggetti ordinari, ha visto l’arte e il teatro nelle cose più semplici, nei rapporti umani e li ha resi poesia. Sia benedetta Pina Bausch e chi ne riconosce l’enormità. Non finiremo mai con lei. L’arte rende immortali.
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