Io preferisco il male. L’etica punk del Circo Zen al Duel di Pozzuoli

POZZUOLI. Gli Zen Circus, band pisana di alternative rock, tornano in Campania per una delle ultime date del tour con la loro inconfondibile energia che oscilla tra punk arrabbiato, cantautorato e una sana dose di “festa del disagio”. Il concerto programmato per il 28 dicembre 2025 al Duel Club di Pozzuoli, si rivela, come quasi sempre quando si tratta del Circo Zen, molto più di un live, quasi una sorta di catarsi collettiva che consegna la giusta scarica di adrenalina per concludere l’anno con la giusta dose di cinismo poetico e serotonina.

L’atmosfera del Club si rivela la cornice ideale per il tipo di concerto proposto con la sua acustica cruda e l’atmosfera industrial che esalta l’anima punk-rock della band. Il pubblico fa la sua parte: in febbricitante ed elettrica attesa sin dall’apertura dei cancelli accoglie l’ingresso dei musicisti sul palco con un calore raro.

Appena Appino, Ufo, Karim, Pellegrini e Pagni salgono sul palco, il muro di suono è immediato: un’energia devastante mette subito in chiaro che piega prenderà la serata. In apertura Il Male, title track del nuovo album, ed è fin da subito pogo sfrenato. Del resto, come amano ripetere gli Zen ad ogni concerto, c’è una sola regola: “più voi fate casino, più noi facciamo casino”.

Inutile dire che non c’è stato bisogno di chiedere. Ragazzi sfrenati e incontenibili lasciano fluire l’adrenalina, volando sulla folla di mani tese come nei migliori lustri del rock, ed accompagnando con particolare vigore i momenti cult come Figlio di puttana o Andate tutti affanculo, cantate da tutto il club a squarciagola fino a comporre un enorme e unico coro liberatorio.

La scaletta è un equilibrio perfetto tra i classici della band ed i brani più recenti, includendo anche un set acustico e momenti più intimi e commoventi tra cui l’intramontabile L’anima non conta in cui la voce graffiante e profonda di Appino penetra in ogni anima presente, mettendo in chiaro che dietro il rumore, il casino, l’energia, la facciata cinica e scanzonata, c’è una scrittura raffinata e profondamente umana.

La chimica tra i membri della band è consolidata: Ufo al basso è una forza della natura, Karim dietro la batteria il motore instancabile che detta il ritmo della serata, Appino si riconferma uno dei frontman più carismatici e dannatamente sinceri della scena italiana.

Gli anni passano e i concerti si susseguono, ma la capacità di tenere il palco della band, la loro urgenza comunicativa, il loro pubblico affezionatissimo – un ragazzo scala la folla e le transenne solo per salire sul palco ad abbracciare Appino, una scena quasi commovente, con la security che vuole portarlo via e lui lì, stretto in abbraccio quasi fraterno che canta voce a voce con Appino – restano i medesimi degli esordi.

E alla fine cosa c’è di meglio di un concerto sporco, cattivo, ma incredibilmente dolce nei suoi momenti di vulnerabilità? Cosa c’è di meglio che tornare a casa dopo una serata vivida di puro rock alternativo, sudati, senza voce, con il cuore pieno e quella meravigliosa sensazione di non essere soli in questo casino?

Il rock no, non è morto, e quello degli Zen ha ancora una maledetta voglia di cantare. È una specie di panacea ai mali del mondo, di quell’anima che conta più di quanto non si creda, ma anche un invito a prendersi meno sul serio che tanto “prima o poi siam tutti morti” volenti o dolenti.

Ed è così, con questo crudo realismo, rosso di sangue vivo e mai raffermo, che gli Zen Circus congedano il pubblico ricordando che “Vivi si muore” e che sì, sembra un finale amaro, ma in fondo ci ricorda che intanto siamo vivi qui e ora tra ricordi di padri e madri e pranzi di famiglia, fumo che annebbia centri sociali occupati, sangue e malessere a cui guardare con sornione disincanto e ridere su tutto, che fa bene, come fumarci su.

E in fondo esser vivi è anche tornare a casa colmi d’adrenalina, con addosso il sudore degli estranei e la sensazione di essersi scambiati una profonda intimità, perché è bello e liberatorio urlare tutti assieme le cose più intime, soprattutto quelle di cui non andiamo troppo fieri. Eravamo tutti stronzi a vent’anni, mica solo Appino. Tanto meglio ammetterlo tutti assieme. In fondo ora abbiamo solo due volte vent’anni, o no?

Nicoletta Severino

Nicoletta Severino

Danzatrice e coreografa, dirige la scuola di danza "Attitude" di Napoli. Proviene da studi filosofici e collabora con varie testate, trattando temi di attualità, di arte e di cultura.

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