Pompei, schiavi alimentati con fave e frutta: le nuove scoperte a Civita Giuliana

POMPEI. Potrebbe sembrare paradossale, ma i lavoratori schiavizzati, che i Romani consideravano “strumenti parlanti” (instrumentum vocale), in alcuni casi godevano di una nutrizione migliore rispetto a tanti altri concittadini “liberi” che, però, vivevano in condizioni economiche di disagio. Una simile ipotesi, già suggerita dalle fonti scritte, sembra ora trovare conferma da quanto emerso nei recenti scavi della villa di Civita Giuliana, vicino a all’area archeologica di Pompei, portata alla luce nel 2017 dal Parco archeologico.

I nuovi interventi di scavo sono stati realizzati con un contributo di 140mila euro nell’ambito della “Campagna nazionale di scavi a Pompei e in altri parchi nazionali” finanziata con la Legge di Bilancio 2024 su proposta del Ministero della Cultura.

Ma quali sono gli elementi emersi a Civita Giuliana e che hanno confermato la situazione paradossale che veniva a crearsi nella società Romana? Come pubblicato sull’e-journal degli Scavi di Pompei, in uno degli ambienti al primo piano del quartiere servile della grande villa (nella foto in alto) sono state trovate anfore con fave, di cui una semivuota, nonché un grande cesto con frutta (pere, mele o sorbe).

Presenze non casuali, secondo gli archeologi. Si tratta, infatti, di integratori preziosi per uomini, donne e bambini ridotti in schiavitù, che abitavano in piccole celle di 16 metri quadrati. Ciascuna cella conteneva fino a tre letti. In quanto “strumenti di produzione”, il cui valore poteva arrivare a diverse migliaia di sesterzi, il padrone evidentemente aveva pensato bene di sostentarli adeguatamente. Perciò aveva integrato la dieta dei lavoratori agricoli, basata sul grano, con alimenti ricchi di vitamine, come le pere o le mele, e proteine, come le fave.

La conservazione al primo piano, in una zona dove le indagini stratigrafiche continueranno nei prossimi mesi, verosimilmente aveva una doppia finalità. In primo luogo, gli alimenti erano più protetti da parassiti come i roditori. Sin dal 2023, infatti, sono stati trovati resti di diversi esemplari di topi e ratti negli alloggi servili del pianterreno, che non disponevano di un vero e proprio pavimento, ma solo di un battuto di terra.

Inoltre, è probabile che fosse previsto un razionamento, e dunque un controllo, di quanto ciascuno poteva prendere giornalmente dalla dispensa, anche in base alle mansioni, all’età e al sesso. Tale controllo poteva risultare più facile conservando i viveri al primo piano, dove forse alloggiavano i servi più fidati del padrone di casa, che esercitavano un controllo sugli altri, secondo un articolato sistema ricostruito in precedenza in base all’analisi del quartiere servile.

Si stima che per un numero di 50 lavoratori, che corrisponde alla capienza del quartiere servile della villa di Civita Giuliana, uno dei più grandi del territorio dell’antica Pompei, servissero circa 18.500 chilogrammi di grano all’anno. Per la produzione di una tale quantità era necessaria una superficie di circa 25 ettari.

Tuttavia, per evitare il diffondersi di malattie legate alla malnutrizione, era essenziale aggiungere altri alimenti alla dieta. Solo così si poteva garantire la piena efficacia dei servi, ovvero gli “strumenti parlanti”. Poteva così verificarsi che gli schiavi delle ville intorno a Pompei fossero meglio nutriti di molti cittadini formalmente liberi, alle cui famiglie mancava però il minimo per vivere e che erano pertanto costretti a chiedere elemosine ai personaggi eminenti della città.

Le indagini archeologiche si sono concentrate nel settore nord del quartiere servile, nello spazio occupato dall’attuale strada di via Giuliana, al di sotto della quale si sono messe in luce le strutture murarie riferibili ai piani superiori della villa, e in particolar modo a quattro ambienti delimitati da tramezzi in opus craticium.

Gli ambienti indagati al piano terra hanno restituito il calco dell’anta di una porta, composta da due pannelli rettangolari e con ancora le borchie in ferro. Probabilmente era una delle ante della porta a doppio battente, che dal portico conduceva al corridoio che terminava all’ingresso del sacrario. Un secondo calco sembra rientrare nella sfera degli attrezzi agricoli. Forse era un aratro a spalla o una stegola, ovvero l’elemento che serve a guidare un aratro trainato da animali.

Un altro calco di notevoli dimensioni potrebbe essere interpretato come l’anta di un portone che, a giudicare dagli incassi e dagli alloggi presenti sul lato lungo superiore, doveva essere a doppio battente. La sua posizione, leggermente inclinata verso la parete a cui si appoggia e la vicinanza alla stanza cosiddetta “del carpentiere”, lascia ipotizzare che potesse essere qualcosa in attesa, o in fase, di riparazione.

«Sono casi come questo in cui l’assurdità del sistema schiavistico antico diventa palese» commenta il direttore del Parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel, co-autore dello studio sul quartiere servile di Civita Giuliana. «Esseri umani vengono trattati come attrezzi, come macchine, ma l’umanità non si può cancellare così facilmente. E così, il confine tra schiavo e libero rischiava continuamente di svanire: respiriamo la stessa aria, mangiamo le stesse cose, a volte gli schiavi mangiano persino meglio dei cosiddetti liberi».

«Allora si spiega – aggiunge il direttore – come, in quel periodo, ad autori come Seneca o San Paolo potesse venire in mente che alla fine siamo tutti schiavi, in un senso o nell’altro, ma possiamo anche tutti essere liberi, almeno nell’anima. Si tratta, del resto, di un tema che non appartiene soltanto al passato, dal momento che la schiavitù, in altre forme e sotto altri nomi, è ancora una realtà a livello globale. Alcune stime parlano di oltre 30milioni di persone nel mondo che vivono in condizioni assimilabili a forme moderne della schiavitù».

La villa di Civita Giuliana a Pompei è stata oggetto di una campagna di scavo avviata a partire dal 2017, grazie alla collaborazione con la Procura della Repubblica di Torre Annunziata, che nel 2019 è stata sancita dalla sottoscrizione di un Protocollo d’intesa. L’accordo, rinnovato più volte, è finalizzato ad arrestare il saccheggio sistematico che per anni aveva interessato l’edificio antico.

Le indagini del 2023-24 si sono concentrate lungo il tratto urbano di strada, investigando per la prima volta un’area interposta tra i due settori già noti, quello residenziale a nord e il quartiere servile a sud, allo scopo di verificare l’attendibilità delle informazioni recuperate dalle indagini giudiziarie condotte dalla Procura.

Attualmente è in corso il progetto “Demolizione, scavo e valorizzazione in località Civita Giuliana” finanziato con i fondi ordinari del Parco, che prevede la demolizione di due costruzioni moderne che insistono sul quartiere servile e il successivo ampliamento delle attività di scavo archeologico di questo quartiere di cui, allo stato attuale, si conosce solo una parte.

Lo scavo permetterà di ricostruire un quadro più completo e articolato dell’organizzazione planimetrica della villa e della sua estensione nel quartiere servile, elemento di fondamentale importanza per mettere a punto nuove strategie di conservazione e valorizzazione di tutta l’area in questione.

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Redazione Made in Pompei

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Made in Pompei è una rivista mensile di promozione territoriale e di informazione culturale fondata nel 2010.

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