Addio a Mimmo Jodice: l’eternità della luce, l’ultimo sguardo sulla Napoli metafisica

NAPOLI. Ci ha lasciati Mimmo Jodice, e con lui si è spenta una forma di visione che apparteneva al silenzio. Aveva novantun anni, ma negli occhi conservava ancora il bianco e nero dell’eternità. In lui la fotografia non è mai stata mestiere, ma preghiera; non un atto di riproduzione, ma di ascolto.

È morto a Napoli, la sua città, quella che non ha mai smesso di contemplare come un corpo sacro, pieno di ferite e di grazia. Con la sua scomparsa si chiude un secolo di sguardi e si apre un vuoto che nessuna immagine potrà più colmare.

Jodice era il misuratore della luce, il viandante del tempo sospeso. Dalle stanze oscure del Rione Sanità aveva imparato la grammatica del chiaroscuro, l’attesa del raggio che filtra tra le persiane come una rivelazione. Le sue fotografie non raccontavano il mondo, lo trasfiguravano.

In “Vedute di Napoli” — la serie che ha consegnato la città alla metafisica — non c’era rumore, non c’era folla: solo pietra e vento, archi e vuoti, un’assenza così densa da diventare presenza. Napoli appariva deserta, eppure parlava. Parlava di sé, di ciò che resta dopo che tutto è accaduto. Era la città del silenzio, la città della memoria e del pensiero.

Mimmo Jodice aveva sottratto Napoli all’oleografia per restituirla al mistero. Aveva strappato via la cartolina per mostrare la ferita. Nelle sue mani la fotografia diventava un rito, la luce una materia sacra, il tempo una sostanza che si può toccare.

Ogni scatto era un atto di devozione, un inchino davanti all’enigma del reale. I suoi interni di musei, le statue classiche, i volti antichi e i corpi contemporanei — tutto respirava della stessa lentezza solenne, dello stesso struggimento quieto. La classicità, per lui, non era un passato, ma una condizione dello spirito. Il Mediterraneo non era mare, ma mente.

Nel film “Mimmo Jodice. Il tempo dell’attesa”, presentato poche settimane fa alla Festa del Cinema di Roma, la sua voce risuonava come una confessione dolce e lucida. Seduto nel suo studio, tra negativi e stampe, diceva: «Napoli è una ferita bellissima».

E accarezzava la luce come si accarezza un volto amato, con il pudore di chi sa che ogni tocco può essere l’ultimo. Quel film, ora, appare come un testamento: la sua presenza era già un addio. Il pubblico lo guardava in silenzio, come si guarda un uomo che sta per dissolversi nella sua stessa opera.

Di Jodice resterà l’idea che la fotografia non serve a mostrare, ma a rivelare. Che la bellezza non salva, ma consola. Che la verità abita nei vuoti, nelle rovine, nelle soglie. Napoli — la sua Napoli — continuerà a vivere nei suoi scatti immobili, dove il tempo sembra essersi fermato per rispetto. Lì, la città non è più corpo ma pensiero, non più luogo ma destino.

Con Mimmo Jodice se ne va un uomo che ha fatto della luce una lingua e del silenzio un tempio. Ma la sua visione resta: un bianco e nero che non scolorisce, un respiro trattenuto che ancora ci guarda. In ogni sua fotografia si sente la stessa cosa che si sente davanti al mare al tramonto: il dolore di ciò che finisce e la gratitudine per ciò che è stato. Napoli, la città della sua anima, continuerà a parlare nella lingua che lui le ha insegnato: la lingua dell’attesa, della pietra, della luce che non muore.

Noemi Perlingieri

Noemi Perlingieri

Cresciuta a Trevico, il tetto della Campania e paese natio del regista Ettore Scola, si laurea alla facoltà di Archeologia e Storia dell’arte della “Federico II” con una tesi triennale sul Museo Hermann Nitsch di Napoli e una tesi magistrale sul Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale. Il mondo della fotografia la affascina da sempre e fin da giovanissima partecipa attivamente alle iniziative culturali dell’associazione Irpinia Mia. Dal 2014 è in forza presso il Parco Archeologico di Pompei a supporto dell’Area tecnico specialistica - settore valorizzazione del Grande Progetto Pompei. Dal 2023 è Consigliere regionale Icom Campania.

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