Da Bolton a Pompei: restituiti frammenti trafugati negli anni ’70 da uno zio “pentito”

POMPEI. È arrivato nei giorni scorsi un pacchetto alquanto inusuale al Parco Archeologico di Pompei: spedito da Bolton, cittadina del Regno Unito, conteneva alcuni frammenti di intonaco strappati decenni fa dalle antiche pareti pompeiane. A restituirli è stato un anonimo mittente inglese che, con una lettera scritta in inglese, ha spiegato che i pezzi erano stati rubati negli anni Settanta da suo zio “Bob” e riscoperti solo di recente nella soffitta di famiglia.

“Queste rocce sono state prese dal sito di Pompei illegalmente dallo zio Bob”, recita con candida onestà il messaggio allegato al pacco. Una confessione tardiva, certo, ma che segue una lunga tradizione di “restituzioni postume” al sito vesuviano, spesso ispirate più dalla scaramanzia che dal pentimento.

Il pacco e la sua storia sono stati resi noti dal Parco Archeologico con un post su Facebook, che ha attirato subito l’attenzione degli utenti. E tra i commenti spunta anche chi si prepara a fare lo stesso: “Io pure ho trafugato un pezzo di affresco nel 1990. Tra pochi giorni lo restituirò. Sapete dirmi l’indirizzo esatto a cui spedirlo?”, chiede un altro utente. Risponde prontamente il Parco: “Salve, può inviare a Parco Archeologico di Pompei Via Plinio n. 26 – 80045 Pompei (Na)”.

Non si tratta di un caso isolato. Con cadenza regolare, da ogni angolo del mondo, arrivano buste e pacchi contenenti reperti trafugati nel corso degli anni: pietre, affreschi, oggetti di uso comune. Alcuni risalgono persino agli anni ’60. E quasi sempre sono accompagnati da lettere intrise di rimorso… o superstizione.

Non è un mistero che, dietro molte di queste restituzioni, ci sia il timore della cosiddetta “maledizione di Pompei”: una leggenda popolare secondo cui chi sottrae reperti dagli Scavi è destinato a sventure, disgrazie e rovesci di fortuna.

Una credenza dura a morire, tanto che nel biennio 2017-2018 fu possibile perfino allestire una mostra al Parco con i reperti restituiti nel tempo, affiancati dalle lettere cariche di terrore in cui i mittenti raccontavano incidenti, fallimenti, lutti e malanni attribuiti al “maltolto”.

Tuttavia, nel caso dei frammenti di Bolton, il gesto – pur apprezzabile – non restituirà ai reperti la loro funzione storica: essendo privi di contesto, finiranno in un deposito, lontani dalla ricostruzione scientifica a cui avrebbero potuto contribuire.

A Pompei, insomma, c’è ancora chi crede nelle maledizioni. Ma forse sarebbe il caso di credere, prima di tutto, nella legge. O, più semplicemente, nel rispetto. Perché nessun souvenir può valere quanto un patrimonio condiviso da tutelare. E, come recita un proverbio partenopeo tanto antico quanto saggio: “Non è vero, ma ci credo”.

Redazione Made in Pompei

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Made in Pompei è una rivista mensile di promozione territoriale e di informazione culturale fondata nel 2010.

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