Alessandra Sorrentino è Gradiva in Reliving at Pompei: «E alle mie allieve insegno a non mollare»

POMPEI. Le movenze sinuose nella veste candida, le dita che sfiorano i simboli dell’antico mentre il vento accarezza leggermente i capelli. E il corpo che leggiadro, quasi sospeso da terra, descrive forme oniriche capaci di incantare gli occhi e il cuore, laddove una volta scorreva la vita di Pompei prima che la furia del vulcano ne decretasse la fine.

E poi, il sorriso compiaciuto di chi sta finalmente realizzando il sogno della sua fanciullezza: danzare a Pompei, per Pompei. Sì, perché Gradiva, la protagonista femminile di “Reliving at Pompei”, il docufilm realizzato per celebrare il 50esimo anno dalla produzione del film “Pink Floyd: Live at Pompeii” ha il volto e il corpo di Alessandra Sorrentino, danzatrice “pompeiana doc”, con alle spalle tanti progetti artistici, ma che ancora oggi, dopo 25 anni si studio, ama definirsi “una sognatrice di periferia”.

Ma riavvolgiamo un attimo il nastro prima di sentire Alessandra. “Reliving At Pompeii” è un omaggio al Parco Archeologico e alla intuizione che ebbe il regista Adrian Maben nel 1971 di volere utilizzare l’Anfiteatro come set per il film concerto dei Pink Floyd, “Live at Pompeii”.

Il registro narrativo si declina in cinque brevi episodi sui momenti creativi e le difficoltà realizzative del regista, in un viaggio intimo dentro i luoghi esterni ed interni del Parco Archeologico e della città di Pompei, per andare alle origini di quella “folgorazione artistica” concretizzata con il primo ciak del suo film. Gli episodi svelano la genesi del film, realizzato ancora prima del clamoroso successo di “The Dark Side of the Moon” – divenuto poi “di culto” – contestualizzandolo ai giorni nostri, rivolti ad un nuovo pubblico nel 2021.

E qui entra in scena Alessandra, che nel nuovo docufilm interpreta una moderna Gradiva. Una figura eterea che, attraverso dei flahback nel passato, accompagna i protagonisti (tra cui Maben e il direttore di Pompei, Gabriel Zuchtriegel), nei luoghi più iconici di Pompei, che mezzo secolo fa ispirarono anche i Pink Floyd.

“Reliving at Pompeii” può essere considerato il “sequel” di “Pink Floyd: Live at Pompeii”, un film-concerto entrato nella storia della musica: sul set avete percepito la sensazione di grande attesa tra gli appassionati del genere e tra i fan della storica band inglese?
«Sono convinta che anche questo passerà alla storia, perché Adrian Maben è uno dei registi più importanti di videoclip e l’ha dimostrato già per aver diretto il capolavoro dei Pink Floyd del 1971. Al mondo piacerà ricordarlo guardando “Reliving at Pompeii”, con cui ha realizzato il desiderio di ambientare di nuovo un suo progetto a Pompei. Credo nell’innovazione e nell’avanguardia e sono sicura che questo docufilm sia una scintilla lungimirante. Quando sarà in distribuzione sarà una bellissima soddisfazione per Pompei, per i fan dei Pink Floyd e anche per me, che ho avuto la grandissima fortuna di far parte del cast».

Com’è stato lavorare con Maben?
«È stato molto bello perché è una persona originale, ironica, sempre con la battuta pronta e, soprattutto, è una grande osservatore. Sul set amava tanto raccontarci aneddoti del passato con il suo accento un po’ francese, visto che vive a Parigi. È una persona con un’aura diversa dalle altre, si vede che è un fiamma colpita dal genio».

Come ti è sembrata l’idea di unire il racconto di “Reliving at Pompeii” con il linguaggio della danza?
«Sono molto contenta, perché il corpo non mente e riesce a trasmettere realmente le emozioni e i messaggi che erano parte della sceneggiatura. Togliere e aggiungere il corpo è sempre un esperimento interessante. Mi viene in mente una frase cui sono molto legata che dice: “Tutto è in frammenti, e danza”. Ed è stato proprio così per questo docu-film girato negli Scavi».

In “Reliving at Pompei” interpreti il ruolo di Gradiva, protagonista del romanzo di Jensen. Ti sei sentita anche tu in qualche modo “musa ispiratrice” di questa produzione così attesa, che celebra un importante anniversario?
«Sicuramente essendo l’unica danzatrice del docufilm mi sono sentita molto al centro dell’attenzione. Le premure del regista, della produzione, dei costumisti, dei truccatori, erano tutte rivolte su di me: mi chiedevano sempre se avessi bisogno di qualcosa e c’era anche un assistente che mi reggeva l’ombrello per ripararmi dal sole! Mi hanno “coccolato” tantissimo e tutti hanno dimostrato un grande rispetto nei miei confronti come danzatrice, ma anche in quanto artista che appartiene proprio a questi luoghi».

Tu sei originaria proprio di Pompei: che effetto ti ha fatto raccontare con la tua arte alcuni dei luoghi più suggestivi della città antica?
«È dal 1996 che danzo e grazie a questa esperienza ho capito di aver fatto bene a studiare danza per tutti questi anni: probabilmente a sei anni ho varcato la soglia della prima scuola di danza affinché mi ritrovassi adesso, nel 2021, ad essere la prescelta per un ruolo così nobile e così raro, come quello di interpretare un’abitante dell’antica Pompei. Per una pompeiana innamorata dell’arte è un’incredibile suggestione che capita solo una volta nella vita. Per me è stato come ritornare a casa: ho iniziato a Pompei per poi perfezionarmi facendo tantissime esperienze in Italia e all’estero. Ma il fatto di danzare nella mia città, mi ha dato una felicità maggiore, perché il mio sogno era quello di ritornare».

Il legame con la tua città, però, non si è mai spezzato.
«Infatti dal 2016 ho una scuola di danza mia, in cui si respira ancora la voglia di mettere in pratica il proprio talento, di ricercare le proprie qualità, di sfruttarle, di migliorarsi con la danza, con il teatro, con la cultura. E spingo tutte le mie giovani allieve, che spesso partono come me dalla periferia, a credere in loro stesse, perché l’unico modo per esaudire i propri desideri è essere forti. Io sono ancora quella ragazza “sognatrice di periferia” che immagina di far affermare la danza non come passatempo pomeridiano, ma come cantiere del corpo e scuola d’arte, e soprattutto come polo culturale di performance creative».

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Marco Pirollo

Marco Pirollo

Giornalista, nel 2010 fonda e tuttora dirige Made in Pompei, rivista di promozione territoriale.

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