1899-1962: quei 63 anni in cui Pompei fu anche città “della pasta”

I “famosi” maccheroni “made in Pompei” erano di prima qualità e venivano apprezzati in Europa e nel mondo

POMPEI. Quando si parla di pasta, ci vengono subito alla mente i grandi pastifici di Torre Annunziata, che fecero conoscere all’Italia e al mondo questo fantastico alimento, ma soprattutto si guadagnarono sul campo onori e glorie, facendo diventare la stessa Torre Annunziata “la città della pasta” per antonomasia. Ebbene, nel firmamento dei pastificatori d’eccellenza, non brillavano soltanto le stelle oplontine, ma anche una di matrice tutta Valpompeiana: stiamo parlando della società “La Rana – De Fusco e C.” nata dalla fusione della famiglia La Rana, antichi pastificatori torresi, con quella del conte Francesco De Fusco, figlio della contessa Marianna Farnararo, sposa in seconde nozze del Commendatore Bartolo Longo.

La società il 6 aprile del 1899 acquistò quello che risultava essere un modesto fabbricato rurale con fondo rustico di 57 are (nel 1898 di proprietà prima di Pasquale Romanelli e poi di Gennaro Accardo, tramite sentenza di esproprio, entrambi di Scafati) e vi impiantò un pastificio meccanico, completando di fatto quello che era il processo industriale, civile e scientifico iniziato da Bartolo Longo con la creazione della tipografia, la stazione dei Carabinieri e le strade illuminate a corrente elettrica.

Il nuovo pastificio pompeiano era stato realizzato, per quei tempi, con modernissimi ritrovati della scienza applicata all’industria; le macchine di nuova costruzione, erano alimentate dal “gassogeno”, combustibile economico ma efficace, che rivoluzionò il processo di funzionamento dei macchinari per la fabbricazione della pasta. I maccheroni Valpompeiani erano un prodotto di alta qualità, fatti rigorosamente di pura semola senza nessun tipo di alterazione e questa caratteristica ne esaltava il sapore, tanto da essere richiesti e consumati specialmente dalle grandi comunità, come stabilimenti, collegi, ospedali e soprattutto dal Vaticano.

Il pastificio nel giro di un anno incrementò sensibilmente la sua produzione, che fu destinata non solo alla svariata clientela locale ma anche a quella europea (Austria, Germania, Inghilterra), africana e americana. La società tra la famiglia La Rana e il conte De Fusco si sciolse a causa di debiti che il nobile aveva contratto nei confronti della sezione della Banca D’Italia di Castellammare di Stabia, che ammontavano a circa 300.000 lire. Oltre alla sua firma per avallo, il Conte vi aggiunse anche quella dello stabilimento di cui era rappresentante, senza parteciparlo ai soci.

Nel 1908 l’immobile passò ai fratelli Mattia, Francesco, Giuseppe Antonio e Domenico La Rana, figli del capostipite Agostino (che assieme ad altri soci fu fautore del più grande polo industriale del Sud, situato a Torre Annunziata), i quali costituirono una nuova società che assunse la denominazione di “Fratelli La Rana fu Agostino”. Mattia era al terzo anno di Ingegneria quando alla morte del padre dovette lasciare l’università per condurre poi quella che gli fu donata come sua futura eredità professionale.

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Con la nascita della nuova società anche il lavoro aumentò e la famiglia La Rana ogni anno per ringraziare la Madonna offriva 1 quintale di maccheroni di prima qualità extra alle orfanelle pompeiane a dimostrazione di quanto era grande il suo cuore. La foto che potete osservare in copertina è un documento eccezionale: è la rara immagine del pastificio come appariva negli anni Venti, durante il corteo di un dopolavoro Fascista. Si vede sul lato destro lo stabilimento su due livelli, composto di tre fabbricati in comunicazione tra loro e di tre tettoie con spiazzi ed accessori per l’essiccazione della pasta (che in principio avveniva di fronte, in strada, su telai di legno e canne).

Dalla foto si scorge all’ingresso della fabbrica l’insegna nera con la scritta “pastificio F.lli La Rana” e, lateralmente ad essa, due supporti in ferro battuto che erano stati forgiati dai proprietari a forma di spiga stilizzata (come suggeriva l’art decò dell’epoca) e che facevano da supporto a due lampade antiche (oggi sostituite da due lanterne orientaleggianti che pendono dai supporti storici ancora esistenti).

Nel 1929 tutto lo stabile fu acquistato da Mauro Scarlato, industriale di Scafati che, vista la destinazione della struttura, pochi mesi dopo lo diede in fitto alla società “Giuseppe Balsamo e figli”. Il Cav. Balsamo, insieme ai due figli Vincenzo e Domenico, eseguirono lavori di ampliamento e potenziamento dettati anche dal progresso continuo dei macchinari per la produzione della pasta (forti anche del fatto che uno di loro era stato dipendente dello storico pastificio Jennaco di Torre Annunziata).

Nel mese di ottobre del 1935 il Cav. Balsamo acquistò il fabbricato per la somma di 400.000 lire. L’attività di produzione della pasta continuò negli anni con amore e dedizione, e questo lo dimostrano le diverse etichette (nella quarta foto in galleria) da me collezionate e, addirittura, un sacchetto di juta contenente farina con l’intestazione del pastificio (nella prima foto in galleria). Le etichette riproponevano qualche scena dell’antica Pompei, altre invece richiamavano il Golfo di Napoli, sempre nell’ottica di esportare il prodotto in Italia e all’estero. Nel 1958 il Cavalier Balsamo morì e i figli gestirono l’attività fino al 1962, anno in cui vendettero tutto il fabbricato al Santuario di Pompei.

Oggi il fabbricato è sede di diverse attività commerciali, tra cui il McDonald’s, e soprattutto, ai piani superiori, vi è una fondazione intitolata alla Contessa Marianna De Fusco, una casa di accoglienza per donne anziane nata nel febbraio del 1965. Ringrazio l’illustre professoressa Ida La Rana, diretta discendente della famiglia La Rana, per le preziose informazioni. (Fonti: calendari del Santuario di Pompei, anni 1906-1924-1928; periodico “Valle di Pompei” anni 1898 e 1900; libro “Pompei, splendori di ieri e miserie di oggi”, di L. Avellino, 2003).

Luigi Ametrano

Luigi Ametrano

Imprenditore alberghiero con la passione per la scrittura e la storia recente di Pompei

2 pensieri riguardo “1899-1962: quei 63 anni in cui Pompei fu anche città “della pasta”

  • 19 Agosto 2020 in 11:12
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    Grazie a nome mio e di mia sorella Valentina per aver ricordato il pastificio del nostro bisnonno Cavalier Balsamo e per aver dato notizie così dettagliate

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  • 28 Agosto 2020 in 10:52
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    Salve, mi chiamo Valerio Bigano e sto lavorando ad un libro sui pastifici storici italiani. Chiedo , se possibile, di essere contattato per poter utilizzare alcune foto della Balsamo e della La Rana-Fusco ed eventualmente approfondirne la storia imprenditoriale. Cordiali saluti

    Rispondi

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