Pompei: il ricordo di Antonio Morese, a vent’anni dalla scomparsa

Un personaggio mai dimenticato da intere generazioni di cittadini pompeiani: le sue idee sono valide ancora oggi





POMPEI. «Ormai ad 83 anni mi incammino verso il viale dei cipressi e vorrei andarvi vedendo una cittadinanza progredita, in pace, operosa ma soprattutto felice». Furono queste le ultime parole pubbliche di Antonio Morese, di cui il 22 dicembre 2019 ricorre il ventennale della scomparsa. La frase in questione concludeva un suo intervento, attraverso un manifesto, nel quale sintetizzava con estrema lucidità il panorama politico, caratterizzato, all’epoca, da tantissime liste elettorali e da una campagna elettorale basata su scambi di ingiurie tra i diversi candidati. A distanza di venti anni quelle parole sembrano ancora valide e racchiudono il pensiero di una persona la cui forza era non rassegnarsi mai e soprattutto credere in un futuro migliore.

Tutto ciò è stato ben evidenziato anche in alcune pubblicazioni riguardanti questo personaggio noto a tantissime generazioni di Pompei. Tra esse spicca senza dubbio il libro «La Leggenda di Antonio Morese» scritto da Giuseppe Visciano, già docente di storia e filosofia, amico vero del Morese. Questa pubblicazione rappresenta proprio un’avventura nel tempo, nel quale si descrivono, non senza dovizia di particolari, tutte le fasi dell’esistenza terrena di un personaggio, indimenticabile per tantissimi cittadini di Pompei. Anzi una simile memoria da parte di molti pompeiani, è rappresentata dalle tante testimonianze sotto forma di fiori, piante ed omaggi simili che puntualmente i familiari del Morese, ritrovano nel luogo dove egli è tumulato.

Ciò è diretta conseguenza dell’opera di questo personaggio, la cui fama era conosciuta anche in molti Paesi esteri, dato il suo lavoro di rappresentante nell’esportazione dei prodotti ortofrutticoli tipici della valle vesuviana. L’impegno costante del Morese si è visto nei campi più diversi e disparati. Nativo della contrada Sant’Abbondio, nella zona dove ora si trova l’ex-via Cavalcavia del Sarno (strada che l’amministrazione guidata dal sindaco Claudio D’Alessio, nel marzo 2010, ha inteso dedicare a questo personaggio, su una precisa iniziativa attuata da un gruppo di cittadini, guidati dall’imprenditore Pasquale Di Paolo e da Carlo Manfredi) già da bambino mostrava delle doti di intelligenza fuori dal comune.

I suoi insegnanti, i Fratelli delle Scuole Cristiane, presentandolo un giorno a Bartolo Longo, dissero (stando a quanto lui stesso raccontava nei suoi diari): «Questo è un ragazzo davvero intelligente, una sorta di genio. Pensate che legge in una sola volta un libro e poi lo recita a memoria. È davvero una mente meravigliosa». Queste sue capacità emersero in tenera età, quando imparò da autodidatta il tedesco, studiando su un libro di grammatica della Germania, acquistato dal padre. Da giovane negli anni ’30, fu un convinto oppositore del regime fascista, tanto che il suo nome era inserito nelle liste delle persone che dovevano essere strettamente controllate dalla Questura e dagli uomini della Milizia.



Nonostante questo suo convinto antifascismo, non si sottrasse alla chiamata alle armi e, ricevuta la cartolina, prontamente partì per la guerra. Venne mandato a combattere sul fronte iugoslavo, dove venne ferito ad un polmone. Per questi motivi fu mandato all’ospedale militare di Caserta, dove si sottopose ad un delicato intervento chirurgico, che lo mantenne per 15 giorni in coma irreversibile. Dopo la sua miracolosa quanto pronta guarigione, ottenne il congedo assoluto e fu rimandato a Pompei. Nella sua città, confermò quel suo spirito di combattente, cercando di aiutare, nonostante la guerra, le persone più bisognose, come gli sfollati di Napoli presenti a Pompei, oppure i tanti deportati nei campi di concentramento nazisti, presenti nei cosiddetti «Treni dell’Inferno» che si trovavano a sostare nello scalo ferroviario della città mariana.

A queste persone, rinchiuse peggio delle bestie in questi treni, portavano un po’ di conforto i ragazzi che abitavano nella zona adiacente alla stazione, organizzati dallo stesso Morese. Quest’ultimo, sfruttava la sua ottima conoscenza del tedesco, distraendo i soldati teutonici e conversando con loro. Con questi militari, infatti, aveva quasi un rapporto privilegiato, tanto che spesso faceva loro da guida nelle visite alle aree archeologiche esistenti a Pompei e nel circondario. Quindi per lui era diventato quasi uno scherzo fermarsi a parlare con i soldati nazisti, i quali nutrivano anche una forma di rispetto per lui.

Quando uno dei cosiddetti “Treni dell’inferno” si fermava alla stazione, mentre Morese teneva occupati i tedeschi, a volte raccontando storielle varie, altre volte con dei giochi, anche di magia, di cui era appassionato, uno dei bambini che vedeva la scena, emetteva un fischio, e come dal nulla comparivano una schiera di ragazzi e altri bambini che portavano verdura e frutta e la lanciavano alle persone chiuse nei vagoni. Da questi ultimi uscivano centinaia di mani che chiedevano cibo, e che i giovani pompeiani, sotto la protezione della Madonna, stavano cercando di dare, il tutto prima dell’emissione del secondo fischio, che significava l’arrivo di qualche soldato tedesco, e che si traduceva nella sparizione di questi giovani e piccoli eroi.

Ma è nel settembre del 1943 che Antonio Morese compì il suo più grande gesto eroico, salvando la città mariana dalla distruzione totale. Infatti l’esercito tedesco voleva radere al suolo tutta Pompei, in quanto alcuni suoi abitanti avevano saccheggiato vagoni postali, fermi nello scalo ferroviario della città, nei quali si trovavano sacchi di lettere contenenti denaro che i soldati germanici inviavano alle loro famiglie. Morese senza alcuna paura si consegnò in ostaggio all’esercito occupante, dando in cambio la propria vita, in caso di mancata riconsegna della posta. Essa, per fortuna, venne restituita in gran parte ai legittimi proprietari ed Antonio Morese per il coraggio dimostrato ottenne l’apprezzamento anche di tutti i nazifascisti.



Subito dopo la guerra partecipò alla costituzione della prima giunta democratica a Pompei e fu presente anche all’incontro che i leader antifascisti (Nenni, De Gasperi e Togliatti) tennero a Ravello insieme al Re. Quindi nelle prime elezioni libere del dopoguerra Morese fu eletto consigliere comunale nelle liste del Fronte del Popolo, ottenendo un consenso quasi plebiscitario nella sezione di Sant’Abbondio, contrada dove egli nacque e passò la sua giovinezza. Fu sempre rieletto per otto legislature consecutive al Comune di Pompei, prima nel Fronte del Popolo, poi nel Psi, partito fondato da lui nella città mariana. Quindi negli anni ’70, dopo lo strepitoso successo dei socialisti alle elezioni comunali di quell’anno Antonio Morese, promosse la costituzione di una giunta di centro-sinistra, guidata dal sindaco Vincenzo Romano, nella quale ricoprì l’incarico di assessore al Bilancio con delega di vice-sindaco.

Durante la sua lunga carriera politica, continuò a specializzarsi nel suo lavoro di rappresentante di commercio, tanto da ottenere enormi successi in questo settore, da poter trascorrere una vita più agiata, rispetto alla miseria conosciuta durante infanzia e adolescenza. Nonostante ciò, Morese non cambiò comportamento e non si imborghesì, ma anzi continuò la sua opera a favore dei più emarginati e si evidenziò per la sua attività volta al progresso sociale. Si adoperò, in tutta la sua vita, attivamente per l’istituzione di fabbriche e siti statali e si impegnò, senza trarne profitto personale, nella realizzazione di tante iniziative amministrative. Ma soprattutto egli lottava e combatteva per i più umili e bisognosi.

In particolare, fino ad alcuni anni prima della sua scomparsa, era solito inviare dolci e doni agli orfani ed ai figli dei detenuti presenti negli istituti del Santuario mariano. Oltre alla politica le sua più grande passione è stata la cultura, infatti fu organizzatore di concorsi a premi di musica e di poesia, sia a Pompei che in molte città della Campania. Morese, inoltre aveva conseguito solo il diploma di terza elementare, e poi non era più andato a scuola, e da solo imparò circa dodici lingue straniere (tra cui l’arabo, il russo, il cinese ed il giapponese) e anche negli ultimi giorni della sua vita si esercitava a parlare in questi idiomi così diversi da quelli di origine latina. Per questa sua grande attività aveva ricevuto numerosi premi e titoli, tra cui la cittadinanza benemerita di Pompei, conferita da Giulio Andreotti, il primo premio al concorso di poesia internazionale Orfeo, il titolo di accademico d’onore nell’Accademia di poesia e musica “Le Muse”, e tanti altri.

Negli ultimi anni della sua vita si era ritirato nella sua casa di traversa Andolfi, dove passava il tempo leggendo libri e giornali, ordinando il suo vasto archivio storico (oggi custodito dai suoi familiari) e commentando insieme a quei pochi amici e parenti fidati e sinceri, la situazione politica dell’epoca. Il suo pensiero unico era lottare per il benessere della città, da costruirsi però, in armonia con tutti, senza scontri, anche con i peggiori avversari. Un’idea, questa, portata avanti sino al suo ultimo giorno di esistenza terrena, che forse non ha poi trovato ancora una pratica realizzazione, alla luce di quanto accaduto a Pompei, in questi ultimi venti anni.



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Redazione

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