Pompei antica fu la prima città al mondo a disporre di un fotopiano

Le riprese aeree necessarie al lavoro furono eseguite nell’agosto 1910 da un pallone aerostatico posto a quota 1000




di Flavio Russo

POMPEI. Poco dopo il 1910, acquisita una discreta esperienza sulle riprese archeologiche, il comandante del reparto di aerostieri del Genio Militare, Maurizio Moris, che tra l’altro aveva costruito a proprie spese un innovativo pallone nel 1899, offrì la collaborazione del suo reparto al Ministero della Pubblica Istruzione, per operare il fotopiano di Pompei (nella foto di copertina), la prima città al mondo a disporne! La richiesta accolta, previa comunicazione alla locale Soprintendenza del 3 agosto 1910, fu subito messa in atto ma le operazioni di sviluppo e stampa delle foto si protrassero a lungo, con le riprese eseguite dal 17 al 27 agosto dello tesso anno.

La carta, in scala 1/1000, formata con un mosaico di una ventina di foto fu pronta, infatti, solo l’11 febbraio del 1911, suscitando subito uno straordinario consenso sia in Italia che all’estero. Interessante conoscere di quella tecnica, senza dubbio rudimentale, ma anche così avveniristica, le caratteristiche salienti. Volendo esemplificare, in base alla semplice formula di riduzione in scala, una macchina fotografica con distanza focale di 1 m., posta a 1.000 m di altezza, determina quale rapporto dei rilievi 1/1000.

Per poter disporre di una adeguata distanza focale, occorreva utilizzare lastre di una discreta dimensione, che in pratica si stabilì in cm 21×21, formato quadrato che meglio aderiva al cerchio dell’immagine proiettata dall’obiettivo e, soprattutto, risultava indifferente ai vari orientamenti che il vento poteva far assumere al pallone. Quella quota fu ritenuta ottimale per le riprese fotografiche zenitali sia per la nitidezza dell’aria, sia per evitare che il cavo di ritegno d’acciaio del pallone fosse eccessivamente lungo e quindi troppo pesante.

Carretto di servizio per il pallone frenato

Lo scatto della macchina, non potendo essere manuale, era comandato elettricamente con un dispositivo elettrico elementare, simile ad una serratura comandata a distanza. L’alimentazione, per certezza e regolarità di funzionamento, era prodotta da una piccola dinamo azionata a mano, posta nel carrettino di servizio, facendone passare la corrente all’interno del cavo di ritegno, trasformandolo in un conduttore bipolare, formato con due trecce di fili d’acciaio, debitamente isolate fra loro. Per avere la certezza che le foto effettuate in una giornata di lavoro fossero buone era necessario vederle, per cui in fase operativa i componenti della squadra addetta alle riprese col pallone dovevano suddividersi in due gruppi, l’uno sul terreno l’altro in un laboratorio campale per lo sviluppo delle lastre.

Un problema di tipo squisitamente meccanico concerneva la modalità di sospensione al pallone della fotocamera, che doveva assicurarle un assetto perpendicolare e fu risolto con un elemento triangolare di 1.50 m per lato, sospeso per i vertici con 3 catenelle di 10 m. di lunghezza al pallone sferico, in modo di sostenere perfettamente a piombo la macchina fotografica pesante complessivamente 5 kg. Il carro di manovra era costituito da una sorta di carretto a due ruote sul quale stava poggiato il pesante telaio mobile del verricello sul tamburo del quale si avvolgeva il cavo di ritegno, alato da una coppia di manovelle azionate da due serventi.

Considerando che la superficie di Pompei, all’interno della cerchia muraria, è di circa 64 ettari, qualora interamente scavata avrebbe richiesto una trentina di foto dal pallone, riprese da altrettanti punti di stazione, distanti fra loro mediamente 160 m.: ma limitandosi l’area riportata alla luce ai 4/5 della suddetta, ne sarebbero state sufficienti soltanto una ventina, numero confermato dal foto-mosaico esposto nel Museo dell’Istituto di Storia e Cultura dell’Arma del Genio.

La macchina fotografica utilizzata

Per evitare che la trazione esercitata dal pallone agisse direttamente sul tamburo, il cavo di ritegno veniva fatto passare prima attraverso un paranco. Sempre sul carretto, come accennato, stava la dinamo e l’avvisatore acustico di scatto. Un altro carro a 4 ruote occorreva, invece, per il trasporto delle bombole di gas, da 98 kg per 11 m³ di idrogeno a 150 atm di pressione, trasportate perciò in numero di 14 su detto carro per complessivi 154 m³, o più piccole per il trasporto a braccia da 50 kg, per 3.6 m³ di idrogeno a 100 atm.

Anche senza particolari perdite, occorreva ricaricare il pallone, dopo averlo svuotato dopo ogni 5 giorni di esercizio, per garantirgli la massima forza ascensionale, lentamente scemata dalle inevitabili dispersioni al ritmo del 10% al giorno. Una considerazione conclusiva riguarda le giornate utili per tali rilievi, che dovevano essere quelle con ottima luce, e possibilmente senza vento, per cui la campagna di lavoro si concentrava nei mesi estivi intorno alle ore a cavallo del mezzogiorno. E in una sola giornata si potevano effettuare dalle 3 alle 12 ascensioni, in base alle difficoltà di accesso ai punti di stazione.

Complice l’affermarsi dell’aeroplano, quella metodica finì presto giubilata e il rilevamento topo fotografico, nel frattempo trasformatosi in rilievo aerofogrammetrico, fu affidato ad apposite macchine fotografiche di grande formato, montate su aeroplani. La carta fu pronta agli inizi del 1911 ed in data 1° febbraio il comandante del Battaglione Specialisti comunicò di aver avviata la stampa della foto d’insieme in scala 1/1000. Quel rilievo aereo aveva le dimensioni di 1.30 x 2.75 m, e fu riprodotto in alquanti esemplari.



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Redazione

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