L’uso delle maschere nelle rappresentazioni teatrali della Pompei antica

Non è stata mai trovata una maschera, ma la città sepolta ce ne offre riproduzioni in marmo, terracotta, in affreschi e mosaici





POMPEI. Una “gronda a forma di maschera dal compluvio di una casa” (nella foto di copertina) è uno degli ultimi particolari emersi dallo scavo della Regio V di Pompei e condivisi su Instagram dal direttore generale del Parco Archeologico di Pompei, Massimo Osanna, protagonista indiscusso della rinascita di Pompei antica. D’altra parte la Regio V fa affiorare tesori che spuntano come colombe dal cilindro del mago.
Il ritrovamento della gronda ci ricorda che a Pompei non è stata mai trovata una maschera, ma la città antica ce ne offre però una vastissima gamma attraverso le riproduzioni in marmo, terracotta, affreschi e mosaici. L’uso della maschera nelle rappresentazioni teatrali prevedeva una sagoma di tela e stucco, o di legno con parrucca, e presentava in corrispondenza della bocca un’apertura a forma di imbuto e guarnita di metallo, che fungeva da amplificatore della voce.

Durante la recitazione venivano utilizzati due tipi di maschere, uno per la tragedia e l’altro per la commedia. Le maschere raffiguranti donne e vecchi erano colorate con una tinta molto pallida. Gli schiavi e le cortigiane portavano maschere dipinte di rosso, gli uomini di colorito bruno. Gli attori che interpretavano parti femminili avevano maschere con capelli lisci, crespi e con boccoli avvolti attorno alla testa.
Dalla pettinatura della maschera il pubblico facilmente riconosceva il ruolo del personaggio rappresentato: le maschere femminili con capelli corti rappresentavano donne di bassa condizione. Il parassita aveva naso e orecchi deformi. Il naso schiacciato o all’insù indicava mollezza; la sfrontatezza era rappresentata dal naso a becco; il padre nobile aveva la parrucca bianca; i vecchi e gli schiavi erano calvi; i giovani intraprendenti avevano capelli ricci e biondi; i “primi amorosi” portavano la parrucca nera. Un ruolo caratteristico era quello dello “stupidus”, vale a dire il clown o buffone, riconoscibile perché calvo, naso piatto, bocca larga e orecchie lunghe

L’abbigliamento, invece, variava a seconda dei ruoli, per accrescere la loro statura e la dignità, calzavano scarpe alte (cothurni), oppure socci, ovvero scarpe basse o sandali per un personaggio normale. Gli attori erano caratterizzati da simboli del ruolo loro assegnato. Ad esempio il cuoco era rappresentato con un grembiule legato intorno alla vita; il parassita, con un fiasco d’olio e uno strigile; il soldato, con la clamide e la spada; il padrone di casa con un bastone diritto e una borsa di denaro.
La professione di attore nell’antica Roma non era ritenuta degna dell’uomo libero anche se il desiderio di calcare le scene fece accettare la cattiva reputazione a più di un personaggio. Gli attori erano generalmente schiavi o liberti, mentre quelli delle Atellane erano uomini liberi. I ruoli femminili erano sostenuti da attori maschi.

 

 

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Mario Cardone

Giornalista, economista ed ex bancario, ha una moglie, una figlia e quattro gatti; ex socialista ex sindacalista Cgil

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