I quattro Stili della pittura pompeiana

Il rosso pompeiano, che ha reso Pompei famosa nel mondo, era ottenuto da ossidi di metallo come il solfuro di mercurio

POMPEI. Le fonti letterarie sull’arte antica si limitano al trattato sull’architettura di Vitruvio e alla Storia Naturale di Plinio il Vecchio. Le opere d’arte della Grecia si conoscono grazie alle copie dei romani (e dei pompeiani), per questo motivo le osservazioni di Plinio il Vecchio a riguardo sono rilevanti, perché formulate sulla base della conoscenza diretta degli originali. Considerato che la letteratura storico-artistica del mondo antico è andata perduta, molte conoscenze in materia derivano dalle scarse fonti letterarie sopravvissute ma, soprattutto, da quanto è emerso negli Scavi di Pompei.

Nella bottega di un pittore di via dell’Abbondanza furono trovati 252 colori pronti per l’uso, insieme a coppette di terracotta utilizzate per mescolarli. Il laboratorio di ricerche applicate del Parco Archeologico di Pompei (avamposto del Cnr) li analizzò al fine di conoscerne la composizione, che nella maggior parte dei casi deriva da ossidi di metallo come il rosso cinabro (il famoso rosso pompeiano), fatto col solfuro di mercurio delle miniere di Almaden in Spagna (attualmente patrimonio Unesco) e, in Italia, delle Alpi Apuane. Il rosso pompeiano non era adatto ad ambienti molto illuminati perché si anneriva con la luce.

Si conoscono 7 tonalità di rosso, ma uno solo deriva dal cinabro. Alcuni colori (come gli ossidi di metallo) erano di origine naturale, altri (come il ceruleo o azzurro di Pozzuoli) si producevano artificialmente. Vitruvio racconta che veniva preparato con una sabbia tinta col succo di certe erbe di origine orientale. I colori erano spesso costosi, per questo motivo erano i committenti a fornirli agli artisti. Altri colori venivano ricavati da terre colorate (come il giallo di Siena), altri da sali, altri ancora erano di origine animale, come il nero prodotto dalle loro ossa carbonizzate. In una bottega di Pompei sono stati trovati colori in vendita, mentre nella Casa dei Casti Amanti ne furono rinvenuti alcuni pronti per l’uso.

Per i dipinti a parete delle domus pompeiane si preparava prima l’arriccio, composto da una malta irregolare e granulosa di calce e sabbia. Vitruvio prescrive 6 strati d’intonaco ma l’uso a Pompei era di soli tre strati (intonaco, sabbia e calcite). L’affresco si realizzava sulla parete d’intonaco fresco, la tempera su intonaco asciutto. Altro tipo di pittura era l’encausto, che si utilizzava per dipingere il legno, il marmo, la terracotta, l’avorio ed altri oggetti. Consisteva nel fissare il colore con la cera fusa (o con il miele).

Anche se a Pompei quasi tutti i dipinti rivenuti sono stati realizzati con la tecnica dell’affresco, bisogna distinguere tra decorazione e riproduzione di immagini, pittura a cavalletto e pittura murale, quadro d’artista e decoro. Inoltre venivano praticatati, in varie forme artigianali, lavori come insegne, processioni, nature morte, ritratti, iscrizioni. È stato verificato da alcuni affreschi non terminati che i colori non erano penetrati nei muri. Nella casa di Achille è stato rivenuto un riquadro preparato con intonaco fresco. Nella casa dei Casti Amanti l’intonaco era stato steso in giornata a conferma che si stava preparando un affresco. Nel salone degli Elefanti della Casa d’Achille sono stati trovati grossi blocchi di calcite, a causa dei lavori in corso. Probabilmente si utilizzava la cera per lucidare le pareti dopo averle dipinte.

Lo studioso tedesco August Mau classificò la pittura pompeiana in quattro diversi stili, che non sempre corrispondono ai rispettivi periodi di riferimento. I dipinti in Primo Stile pompeiano formano quadri a fasce, ad imitazione di lastroni di marmo (si colloca dal 150 a.C. all’80 a.C.): una fascia superiore decorata da cornici di stucco, una seconda fascia centrale in colori contrastanti (rosso/nero o giallo/verdi ad imitazione del marmo) e uno zoccolo finale, solitamente giallo. Esempi di Primo Stile sono nella Basilica, nel Tempio di Giove e nell’atrio della Casa del Fauno. Nel Secondo Stile (dall’80 a.C. alla fine del I secolo a.C.) viene attaccato lo spazio creando l’illusione della prospettiva, con pilastri ed altre forme architettoniche fantasiose, ispirate alle scene teatrali (podi, finti colonnati, edicole e porte) aperte su vedute prospettiche.

Il Secondo Stile esaltò i paesaggi di giardini, dipinti con grande realismo, e le nature morte di cacciagione, ortaggi e frutta, anticipando di diciassette secoli l’Impressionismo. Esempi di Secondo Stile sono i dipinti originari della Villa di Publio Fannio Sinistore di Boscoreale (esposti al Metropolitan Museum of Art di New York), gli affreschi nei cubicoli di Villa dei Misteri, a Pompei, e quelli nell’atrio e nel salone della villa di Poppea ad Oplontis.

Il Terzo Stile pompeiano o stile ornamentale, detto a parete reale, si sovrappose cronologicamente al Secondo Stile, arrivando fino alla metà del I secolo d.C. La parete viene decorata con candelabri, arazzi, quadretti e fregi. La nuova scuola artistica rovesciò l’apertura tridimensionale dello spazio, dipingendo sulle pareti tendaggi con inserti paesaggistici, come nella Casa di Marco Lucrezio Frontone, dove figurano paesaggi e ville di campagna dipinti sui muri, che sembrano quadri realizzati su cavalletto.

Una soluzione tecnica più “moderna” consisteva nel dipingere piccole scene (pinakes) su un supporto di stucco successivamente inserito in un riquadro del “muro-tenda” come, per esempio, nella sala da pranzo della Villa della Porta Marina di Pompei. In alcuni casi l’inserto dipinto nel muro era di legno: difatti, di quadri dipinti su cavalletto si è avuta notizia dai reperti archeologici. Nella Casa del Chirurgo a Pompei un quadro ritrae una pittrice che a sua volta dipinge un quadro su cavalletto. Un quadro di legno, trovato ad Ercolano, serviva probabilmente a completare il decoro di un muro. Nella Casa dei Vetti una stanza a pareti rosse presenta riquadri mancanti di inserti, probabilmente quadri su legno.

Il Quarto Stile pompeiano o dell’illusionismo prospettico, infine, si afferma con numerosi esempi negli ultimi anni di ricostruzione (prima e dopo il terremoto del 62 d.C.) e prima della distruzione di Pompei (79 d.C.). Si distingue dai precedenti per l’inserimento di architetture fantastiche e grandi effetti di scena, come nella Casa dei Vettii e in quella dei Dioscuri a Pompei. Il quarto stile ripropone in nuove forme gli stili precedenti, come le imitazioni di rivestimenti marmorei e le finte architetture di Secondo Stile, ma anche candelabri, figure alate e tralci vegetali caratteristici del Terzo Stile. Un esempio notevole di Quarto Stile figura nell’atrio della Casa del Menandro, dove sono presenti pregevoli rappresentazioni di episodi della guerra di Troia.

Il Quarto Stile (45 d.C. circa – 79 d.C.) viene definito fantastico e assorbe elementi dei precedenti generi pittorici. I dipinti di Quarto Stile appartengono agli ultimi anni di vita dei centri antichi vesuviani, per questo motivo sono molto più numerosi delle opere di stili precedenti. Vi furono almeno 17 artisti che operavano contemporaneamente a Pompei negli anni prima dell’eruzione del Vesuvio. È stato notato che nella Casa dei Dioscuri c’è stata la presenza di molte mani diverse. La caratteristica degli artisti di Quarto Stile è di reagire ai canoni del Terzo Stile ritornando alle scelte architettoniche del Secondo, ma con variazioni fantastiche. In ogni committenza pompeiana la scelta del soggetto da dipingere competeva al dominus, ma l’artista ne influenzava la decisione sulla base di progetti “a catalogo”.

Probabilmente Quinto Poppeo, proprietario della Casa del Menandro a Pompei, doveva essere appassionato di teatro, dal momento che fece dipingere in una stanza il ritratto del famoso drammaturgo greco, identificato dal nome scritto sull’orlo dell’abito e sul rotolo che tiene in mano. I modelli greci utilizzati dagli artisti pompeiani furono frequentemente ispirati a precedenti imitatori delle opere greche originali. Uno dei dipinti più grandi del mondo antico è una scena della Casa del Menandro, dove si racconta la storia dell’introduzione del cavallo nella città di Troia in cui s’intravede la riproposizione della tecnica greca del chiaroscuro e la raffigurazione tragica dei sentimenti umani.

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Mario Cardone

Giornalista, economista ed ex bancario, ha una moglie, una figlia e quattro gatti; ex socialista ex sindacalista Cgil

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