“Scavare Pompei? Un delitto contro la religione”: ecco perché fu lasciata sottoterra nel XVI secolo

La città romana distrutta dal Vesuvio emerse già durante la costruzione del Canale Sarno ad opera di Domenico Fontana

POMPEI. La storia degli Scavi pompeiani si va aggiornando con lentezza, ma con più piena consapevolezza. È un dato acquisito e condiviso, ormai, il fatto che all’eruzione vesuviana del 79 d.C. seguì la devastazione, l’oblio, ma non la totale scomparsa della Pompei romana, che silente e assopita nella memoria collettiva attese la propria piena rinascita, avvenuta nel Secolo dei Lumi. La rinascita, che prese il nome di “scoperta” di Pompei si deve alla iniziativa di un grande Re, don Carlos di Borbone, poi Carlo III di Borbone. Però sempre più evidenti, agli occhi degli storici pompeianisti, appaiono le anomalie che grondano numerose dalla vicenda del Canale Sarno.

La sua costruzione era stata voluta dal conte di Sarno Muzio Tuttavilla e, secondo la storiografia consolidata – ma non unanime – la realizzazione del canale fu curata dall’architetto Domenico Fontana. Quest’ultimo progettò e diresse il completamento della grande opera idraulica, a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento. La storiografia consolidata racconta che la Pompei romana distrutta dal Vesuvio emerse durante l’attraversamento in galleria della collinetta della Civita, la quale la custodiva da oltre quindici secoli. Non a caso, verso la metà del 1500, il topografo Reale, Pietro Lettieri, ricordava la antica “(…) città di Pompei, che era in quello alto che stà in fronte la Torre della Nonciata, et in detto locho ne appareno multi vestigj”.

Già nel Settecento, però, ci furono storici e “antiquari” che, fuori dal coro, affermarono la presenza di un canale arcaico abilmente sfruttato da Domenico Fontana per farvi transitare le acque del Canal Sarno in costruzione per portar l’acqua ai mulini e alle “fabbriche” di Torre Annunziata. È doveroso ricordare per primo Cataldo Iannellio, grande studioso della lingua e della civiltà degli Osci. Egli illustrò la iscrizione parietale osca che riguardava la costruzione, in epoca arcaica, di un acquedotto pubblico a Pompei, costruito “imbrigliando l’acqua per l’uso pubblico con dodici torri”.

Iannellio traduce la iscrizione e, in più, cita alcuni propri contemporanei, vissuti come lui a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, nonché buoni conoscitori della iscrizione Osca. Anche essi sostennero e argomentarono la preesistenza nel grembo della Civita di un canale arcaico che – utilizzato dal Fontana per il completamento del tracciato idraulico – assunse di conseguenza il nome di Canale Conte di Sarno, costituendone un tratto. Gli stessi studiosi, in vario modo, avevano comunque motivato anche le cause del silenzio di Domenico Fontana sulla scoperta.

In pieno Ottocento, l’ingegnere idraulico-militare Domenico Murano, in una propria opera dedicata al Canal Sarno, illustra le ragioni che “(…) tennero sconosciuto l’acquedotto Osco e quel tratto che attraversa la antica città di Pompei da Oriente a Occidente (…)”. Murano, infatti, scrive anche che Pompei fu lasciata sottoterra perché “(…) si reputava delitto contro la religione dissippellire una città distrutta” dalla collera divina. D’altra parte Domenico Fontana, accusato di sperperi e ruberie a Roma, già era scampato alla collera papale rifugiandosi presso la Corte Napolitana e non aveva quindi nessuna voglia di provocare un incidente diplomatico. Né interesse, se non quello di terminare l’opera affidatagli e farsi pagare, da accorto imprenditore quale era.

mm

Federico L.I. Federico

Architetto, appassionato di antiquariato, di scrittura e di ricerche sul territorio. Seguo il calcio e un po' di ciclismo.

Lascia un commento