Pompei, la Casa di Giove protagonista degli scavi nella Regio V: ecco nuovi ambienti e graffiti inediti

In un’altra domus adiacente sono stati rinvenuti i resti carbonizzati di un letto in legno e delle stoffe che lo ricoprivano

POMPEI. Gli scavi nella Regio V di Pompei stanno pian piano riportando alla luce un’area pressoché sconosciuta della città antica e ogni giorno le domus rinvenute nel quartiere, liberate finalmente dai cumuli di lapilli e materiale vulcanico, si delineano con maggiore completezza, rivelando meravigliosi affreschi e straordinarie tracce di una vita quotidiana interrotta bruscamente dall’eruzione vesuviana del 79 d.C. Tra le ricche dimore già riemerse, la Casa di Giove sta riservando particolari sorprese, svelando i suoi ambienti decorati: tra questi, spicca un atrio con finto marmo, forse démodé per l’epoca, che a sua volta ha ispirato un curioso graffito che si faceva beffe del proprietario.

Essa si trova giusto a fianco della casa delle Nozze d’Argento ed era stata già scavata, in parte, nell’Ottocento e, prima ancora, nel Settecento. Per questo essa risulta essere piuttosto compromessa in più punti da cunicoli e trincee, tuttora visibili: si tratta di una pratica tipica degli gli scavi di epoca borbonica. I nuovi scavi, ha spiegato il direttore del Parco Archeologico di Pompei, Massimo Osanna, sono partiti proprio da quelli più antichi, in particolare quelli settecenteschi, decisamente brutali, fatti scavando una sorta di pozzo in profondità nel terreno e poi da lì una serie di cunicoli che finivano per smembrare gli ambienti, «distruggendo muri e dipinti, per portare via tutto quello che appariva più di valore».

Il nome della casa deriva da un quadretto raffigurante Giove, rinvenuto già nell’Ottocento, che era su un larario situato nel giardino. Gli interventi attuali sulla casa ne stanno via via rivelando la pianta: si tratta di una dimora costituita da un atrio centrale, circondato da stanze decorate, con ingresso lungo il Vicolo dei Balconi (strada anch’essa di recente scoperta), e sul fondo uno spazio aperto, colonnato, su cui si affacciano altri tre ambienti. Proprio gli ambienti di rappresentanza attorno all’atrio hanno riservato la sorpresa maggiore, svelando la presenza di una ricca decorazione in Primo Stile, con finte lastre (crustae) di marmo: in realtà di tratta di riquadri di stucco dipinti con colori vivaci (rosso, nero, giallo, verde).

In alcuni punti della parte superiore, si è conservata anche una ricca cornice di stucco con modanature dentellate. Probabilmente anche l’atrio era completato da un fregio dorico in stucco, con rifiniture in blu e rosso: l’ipotesi è sorretta dai numerosi frammenti rinvenuti in alcuni punti della stanza. È molto probabile che il proprietario della domus abbia volutamente mantenuto questa decorazione in Primo Stile (più antica) negli spazi di rappresentanza, mentre in altre dimore pompeiane, essa era stata spesso sostituita da stili di decorazione molto più… “alla moda”. «La Casa di Giove – ha spiegato all’Ansa Massimo Osanna – si potrebbe definire una domus con decori “vintage” in Primo Stile, il cui proprietario doveva essere una persona facoltosa e colta, conscia del valore di pitture già allora centenarie».

Ma, come detto, non è l’unica curiosità rivelata dalla Casa di Giove. Nell’atrio riccamente decorato con finte lastre di marmo  di colore rosso, nero, giallo e verde, c’è anche un insolito graffito che sembra prendere in giro il proprietario della domus, chiamandolo “Balbo l’Ateniese”. Il riferimento è a M. Nonius Balbus, un personaggio all’epoca molto noto, che era stato proconsole di Creta e Cirene. Originario di Nucera, il senatore si era poi trasferito ad Ercolano. Sposato con Volasennia e padre di tre figlie, era stato protagonista di una splendida carriera: pretore e proconsole della provincia di Creta e di Cirene, era poi stato tribuno della plebe nel 32 a.C. e partigiano di Ottaviano, il futuro Augusto (27 a.C.-14 d.C.). È così che M. Nonio Balbo, potente e ricco, si era trasformato in mecenate per la città di Ercolano, finanziando restauri e costruendo anche molti edifici pubblici.

«Insomma un personaggio importante, notissimo e popolare», come ha sottolineato all’Ansa Massimo Osanna. Tanto che, quando morì, gli furono tributati grandi onori, ebbe una grande tomba con un’ara funeraria rivolta verso il mare e gli furono dedicate almeno dieci statue. Quindi il graffito un po’ rudimentale ritrovato nella Casa di Giove a Pompei, già soprannominata “Domus Vintage” per le decorazioni dell’atrio, potrebbe essere la presa in giro di un buontempone che irrideva la ricchezza e la raffinatezza di quel proprietario, che aveva voluto conservare per le stanze più in vista della sua casa quei dipinti “arcaici”, che in epoca augustea erano considerati il top. Un’ipotesi suffragata anche da altri elementi: «Le stanze sul retro, invece, riservate alla famiglia, erano state restaurate con decori più contemporanei», fa notare ancora Osanna.

Non sono certo mancate altre sorprese dagli scavi nella Regio V di Pompei. In un ambiente della domus confinante con l’adiacente casa delle Nozze d’Argento, già indagato in passato, i lavori attuali hanno consentito di rinvenire i resti di una stanza dove sono evidenti, su una parete affrescata, i segni di un incendio, certamente dovuto all’eruzione del Vesuvio. Le fiamme avevano annerito la parete affrescata, coinvolgendo anche alcuni elementi di arredo: in un angolo sono stati ritrovati addirittura i resti carbonizzati di un letto in legno con le stoffe che lo ricoprivano. In quanto reperti di tipo organico sono da considerarsi un ritrovamento preziosissimo per gli studi del Laboratorio di Ricerche Applicate, che potrebbero rivelare particolari sempre più precisi e interessanti su alcuni aspetti della vita quotidiana a Pompei.

E non è tutto. In un’altra domus che si affaccia più a nord sul Vicolo dei Balconi (identificata come Casa a Nord del giardino), in alcuni ambienti purtroppo piuttosto devastati dagli scavi settecenteschi, è emersa quella che è stata definita dagli archeologi “la prima scena figurata di una certa complessità” (probabilmente assieme al quadro dell’Adone ferito con Venere e amorini già emerso qualche settimana prima in un’alcova poco distante). Si tratta, ha spiegato Osanna, «di un quadretto idillico sacrale che raffigura una scena di sacrificio, nelle vicinanze di un santuario agreste». Sul lato opposto della via, infine, è stato individuato anche un ambiente riccamente dipinto con decorazioni in Quarto Stile, finte architetture e quadretti con pavoni e ciliege. Insomma, a duemila anni di distanza da quel terribile 24 agosto del 79 d.C., Pompei non finisce di svelare straordinarie testimonianze di quella immane tragedia che cambiò il corso della storia.

Le foto del servizio sono di Cesare Abbate.


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Redazione

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