La prima vittima dei nuovi scavi di Pompei continua a raccontarci la triste storia della sua tragica morte

Durante gli ultimi scavi nella Regio V riemerge il teschio del fuggiasco, lo scheletro rinvenuto poche settimane fa a Pompei

POMPEI. Un uomo di oltre duemila anni fa la cui identità ci rimarrà ignota per sempre ma la cui morte ha fatto il giro del mondo. Una popolarità inversa che solo un sito mondiale come Pompei può dare. L’ “ultimo fuggiasco”, così è stato chiamato lo scheletro rinvenuto poche settimane fa nel cantiere della Regio V di Pompei, il cantiere delle meraviglie e delle grandi scoperte, viste le preziose informazioni e i reperti che stanno emergendo. La sua storia ce la racconta l’antropologia che a poco a poco ci svela gli ultimi istanti di vita di quest’individuo di età superiore ai 30 anni.

Lo scheletro è stato ritrovato all’incrocio tra il Vicolo delle Nozze d’Argento e il Vicolo dei Balconi, di recente scoperta, che protende verso via di Nola. Dalle prime osservazioni, sembrerebbe che l’uomo, sopravvissuto alle prime fasi dell’eruzione, si sia avventurato in cerca di salvezza lungo il vicolo ormai invaso dalla spessa coltre di lapilli, ma che qui abbia trovato la morte. Il corpo è stato rinvenuto all’altezza del primo piano dell’edificio adiacente, al di sopra dello strato di lapilli. La drammatica posizione ha fatto ipotizzare in un primo momento ad una morte per schiacciamento, visto che un grosso blocco di pietra sembrava avergli schiacciato la parte alta del torace e il capo che non si era trovato. Ma il prosieguo dello scavo, lo ha fatto riemergere ad una quota nettamente inferiore rispetto al resto del corpo.

La ragione di tale anomalia stratigrafica va ricercata nella presenza, al di sotto del piano di giacitura del corpo, di un cunicolo, presumibilmente di epoca borbonica, il cui cedimento ha portato al collasso e allo scivolamento di parte della stratigrafia superiore, ma non del blocco litico ancora inserito nella stratigrafia originaria. La morte non è sopravvenuta a causa dell’impatto con il blocco ma per…? Si parla di asfissia dovuta al flusso piroclastico, ma non tutti sono concordi su questa ipotesi. Per quanto ne sappiamo o per quanto possiamo solo immaginare, di fronte ad una tremenda tragedia come quella dell’eruzione, sarebbe anche plausibile pensare ad una morte per infarto durante la fuga. Sapere di non avere molte chance di salvezza ed essere presi così alla sprovvista da un fenomeno che a Pompei non doveva essere così frequente come un’eruzione, ha sicuramente causato più morti di quanto si possa immaginare. Ci sono diverse ipotesi in gioco e allora solo ulteriori studi in laboratorio potranno verosimilmente farci conoscere la causa della morte di questo povero sventurato.

Certamente la catastrofe non ha guardato in faccia nessuno e non ha risparmiato bambini così come vecchi. Però forse una piccola storia personale il fuggitivo ce la racconta. Con sé portava un piccolo tesoretto di monete. 20 monete d’argento e 2 in bronzo, contenute in un sacchetto che l’uomo teneva al petto. Tra le coste del torace erano dapprima emerse tre monete, via via, rimuovendo i resti della vittima è venuto fuori il prezioso bottino. Le monete sono allo studio dei numismatici che ne stanno meglio definendo taglio e valore. Ad un primo esame sembrerebbe trattarsi di 20 denari d’argento e 2 assi in bronzo, per un valore nominale di ottanta sesterzi e mezzo. Secondo una stima, tale quantitativo di denaro sarebbe stato sufficiente per il mantenimento di una famiglia di tre persone per 14-16 giorni. Le monete, inoltre, hanno una cronologia varia. Gli studiosi hanno analizzato 15 monete, per la maggior parte repubblicane, a partire dalla metà del II secolo a.C. Una delle monete più tarde è un denario legionario di Marco Antonio, comune a Pompei, con l’indicazione della XXI Legio, mentre tra le monete imperiali individuate, vi è un probabile denario di Ottaviano Augusto e due denari di Vespasiano. Al di là dell’impatto emotivo che questo genere di scoperte suscitano, Pompei ancora una volta ci regala la possibilità di conoscere vite e attimi di una città che ha ancora tanto da raccontare.


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Alessandra Randazzo

Studia Lettere Classiche presso il DICAM dell'Università di Messina. È anche redattrice e social media manager per la rivista di archeologia Mediterraneoantico.it e collaboratrice per la testata giornalistica Tempi.

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