La relazione tra i furti “maledetti” di Pompei e il Monte di Pietà di Santa Rosalia a Palermo

È il progetto d’arte moderna di matrice esoterica ideato da Lara Favaretto per raccontare le tante “storie omesse”

POMPEI. Esiste una connessione tra i reperti degli Scavi di Pompei trafugati e restituiti in tempi recenti da turisti superstiziosi che si sono pentiti per il loro gesto ma che, soprattutto, si sono spaventati per la sfortuna che avrebbero portato ai loro possessori e le “pannine” date in pegno al Monte di Pietà Santa Rosalia di Palermo. Si tratta di un’intuizione a matrice esoterica che fa dell’indagine del sottosuolo il motore di ricerca di un progetto d’arte moderna “Indagare il sottosuolo. Atlante delle storie omesse”, un progetto di Lara Favaretto, presentato dalla Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee per la sezione napoletana.

Si tratta del progetto vincitore della seconda edizione del bando Italian Council 2017, concorso ideato dalla Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane (Dgaap) del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, per promuovere l’arte contemporanea italiana nel mondo. Lara Favaretto ha indagato sulle connessioni temporali tra frammenti ed oggetti, che testimoniano storie minori, per intessere la trama di un ricco tessuto in cui spazi e tempi diversi si intrecciano su un percorso inesplorato di potenzialità diverse, in grado di definire i canoni di un unico racconto nella presentazione dell’opera d’arte moderna.

Il progetto nasce dall’indagine sul territorio dell’antica Pompei e quella contemporanea, alla ricerca di narrazioni e storie omesse o dimenticate, intrecciate con la memoria e/o con varie ipotesi di racconto. Sono le cosiddette “storie minori”, parallele alla Storia ufficiale. Storie sedimentate nel sottosuolo, che nel progetto dovranno riemergere ed essere mappate attraverso una serie di carotaggi per riportarle successivamente alla luce nell’attualità. Una pubblicazione digitale ricostruirà la complessa articolazione di queste storie, mentre i carotaggi saranno prima esposti e poi archiviati nel Parco Archeologico in una “macchina del tempo” che vi sarà sotterrata sotto una lapide in pietra lavica del Vesuvio.

Ne manterrà la memoria nella sua “ombra” sottoterra, che porterà incise la data di interramento e quella di riesumazione, prevista dopo cento anni. La metodologia alla base della ricerca che guida il progetto è incentrato sulla storia di un territorio, raccontato attraverso le sue vicende meno note. Nel nostro caso, una vicenda emersa durante le ricerche condotte a Pompei sarà messa a confronto con l’attività e la storia del Monte dei Pegni di Santa Rosalia di Palermo in Palazzo Branciforte, fino al prossimo 24 giugno.

Entrambe le storie ruotano intorno a oggetti, alla loro presenza e assenza: i reperti del Parco Archeologico di Pompei, trafugati e restituiti in tempi recenti perché ritenuti portatori di malocchio e gli oggetti dati in pegno al Monte di Pietà, che andarono distrutti a causa dell’incendio scoppiato durante i moti del 1848. Come i reperti antichi, estrapolati dal loro contesto originario, sono dei frammenti, tessere di un mosaico impossibile da ricostruire con certezza ma solo nell’universo ipotetico, così gli effetti personali depositati al Monte di Pietà e andati perduti possono essere soltanto ricostruiti dalle descrizioni riportate nei registri. I frammenti di oggetti provenienti da diversi contesti, interpretati, in questo secondo caso, dagli oggetti dati in pegno al Monte di Pietà della Città di Palermo con lettere che testimoniano storie laterali e dimenticate.

L’associazione tra gli storici tomi e la selezione di lettere e oggetti provenienti da Pompei è guidata dall’indagine dei passi estratti da ciascun testo, connesso ad altrettante testimonianze di vicende, sintomo di una temporalità annullata che si tenta di recuperare. Il vuoto lasciato dall’oggetto sottratto, che non potrà mai tornare al suo posto, come quello del pegno che non verrà mai più restituito al proprietario, costituiscono la storia primaria: l’avvio all’esplorazione di narrazioni alternative, che funzionano da macchina del tempo, nel tentativo di ricostruire una piccola parte omessa della memoria storica di Palermo, esattamente come la Time Capsule del progetto pompeiano tenta di ricostruire quella della Pompei romana e contemporanea.


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Mario Cardone

Giornalista, economista ed ex bancario, ha una moglie, una figlia e quattro gatti; ex socialista ex sindacalista Cgil

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