È davvero Plinio il Vecchio? Un mistero durato oltre un secolo sta per essere risolto

Una serie di esami scientifici stabiliranno a breve, una volta per tutte, se quello ritrovato a Stabia e custodito oggi a Roma è davvero il cranio del leggendario ammiraglio della flotta di Miseno

POMPEI. Era veramente  Plinio? È un  giallo durato oltre un secolo ma che ora sta per essere risolto. Entro qualche mese un esame scientifico chiarirà quasi con certezza se quel teschio che giace con etichetta “Plinio il Vecchio” negli scaffali del Museo dell’Arte Sanitaria di Roma appartiene o meno allo scheletro del leggendario ammiraglio della flotta romana di Miseno che morì sulla spiaggia stabiese durante la prima operazione di “protezione civile” della storia. Nella conferenza di presentazione del libro “79 d.C. Rotta su Pompei – Indagine sulla scomparsa di un ammiraglio” l’autore Flavio Russo ha riportato alcune considerazioni fondamentali che da sole potrebbero far supporre che il reperto archeologico appartenga al prestigioso personaggio romano.

Il cranio appartiene a un uomo di circa 50 anni e Plinio, quando morì, ne aveva 56. Addosso allo scheletro sono stati trovati gioielli che fanno pensare ad uno status di alto rango civile. Il corpo del presunto prefetto è stato trovato insieme ad altri 72 altri scheletri nel fondo Bottaro, vicino al lido di Stabia dell’epoca. La prova decisiva arriverà da un esame scientifico effettuato con tecnologia innovativa. Sarà esaminata la dentatura del teschio e dall’esame chimico del suo smalto arriverà la prova decisiva. Se si tratta di Plinio, che era nato a Como, il cranio musealizzato dovrebbe presentare negli isotopi dello smalto dei denti elementi chimici sedimentati simili a quelli originati dalle acque del comasco.

Per primo fu l’ingegnere vesuviano Gennaro Matrone (lo stesso della strada sul Vesuvio) che, ai primi del ‘900, mentre scavò alla foce del Sarno, a supporre che lo scheletro del cranio appartenesse a Plinio il Vecchio. Nel suo scavo Matrone trovò 73 scheletri uccisi da un’ondata di  vapori venefici. Suppose che uno di essi, con fini ornamenti preziosi e vicino un gladio dall’elsa di avorio (simbolo di comando militare) appartenesse al comandante della flotta di Miseno.

Da allora la tesi che potesse trattarsi di Plinio ha avuto alterne fortune fino a quando è stata dettagliatamente pubblicata nel libro di Flavio Russo, illustrato giovedì scorso (5 ottobre) nello splendido giardino dell’archeo-ristorante “Caupona” di Pompei, nell’ambito dell’incontro organizzato dall’associazione di rievocazione storica “Legio I Adiutrix” e moderato da Edda Cioffi.

La vicenda eroica  del prefetto scienziato Gaio Plinio, nel racconto del Russo, assume il profilo di un romanzo d’amore e d’avventura ambientato nel 79 d.C., anno della distruzione di Pompei ed Ercolano dovuta all’eruzione del Vesuvio, che esplose ricoprendo di ceneri e lapilli i centri vesuviani sottostanti. Plinio, secondo il racconto che ne fa suo nipote (Plinio il Giovane) accorse sul posto a causa della richiesta di aiuto di Rectina, una matrona di Pompei con la quale presumibilmente aveva intrecciato una relazione sentimentale.

Partì a causa dell’emergenza-Vesuvio per la popolazione locale mettendo in campo un  intervento di soccorso che richiese l’impiego di quadriremi. Quella di Plinio si chiamava “Fortuna” e quando nei pressi di Pompei cominciarono a piovere lapilli sul ponte della nave, al timoniere che gli chiese se non fosse il caso d’invertire la rotta, Plinio replicò: «La Fortuna aiuta i forti!». Ma nel suo caso il detto fu inefficace. Le quadriremi ormeggiarono in prossimità della costa da Ercolano a Stabia, nel tentativo di recuperare i fuggiaschi. Molti soccorritori furono abbattuti (insieme ai fuggiaschi) da gas velenosi emessi dal vulcano, che arrivarono fino alla spiaggia di Stabia, dove sorvegliavano le operazioni di salvataggio Plinio e il suo seguito.

Della morte dell’eroico ammiraglio parlano le lettere che il nipote Plinio il Giovane inviò a Tacito, mentre scavi archeologici del secolo scorso, da cui proviene il famoso cranio, forniscono elementi di conoscenza delle ultime ore del grande romano. Riguardo all’epilogo della storia romantica: Plinio salva la vita all’amante Rectina dall’eruzione del Vesuvio che però rimane sola nel nido d’amore a Casalpiano. Si tratta dell’odierna località Santa Maria di Casalpiano – Morrone del Sannio (Campobasso) dove s’incontra una chiesetta che presenta nel cortile retrostante i resti di una villa rustica romana dove abitava nel I secolo d.C. la nobildonna Rectina, vedova di Tasco. Fuori la chiesa è presente una stele che ne descrive la presenza. Si tratta della stessa Rectina che aveva fatto trasmettere a Plinio la sua richiesta d’aiuto? Quasi certamente sì, ma anche questo è un mistero ancora da chiarire.

Mario Cardone

Mario Cardone

Ex socialista, ex bancario, ex sindacalista. Giornalista e blogger, ha una moglie, una figlia filosofa e 5 gatti. Su Facebook cura il blog "Food & Territorio di Mario Cardone".

Un pensiero riguardo “È davvero Plinio il Vecchio? Un mistero durato oltre un secolo sta per essere risolto

  • 9 Gennaio 2018 in 12:21
    Permalink

    Salve,
    se il cranio originale non è stato trafugato (e sostituito con altro), allora è di Plinio senza alcun dubbio e vi spiego perché:
    la prova inconfutabile è data dalla presenza sullo scheletro di “bracciali a forma di serpente, armille”, tipicamente femminili, altrimenti inspiegabili per un uomo virile, severo e latino come Plinio.
    Egli fece parte dei più stretti fedelissimi di Giulia Agrippina Augusta, e pertanto si fregiava di questi particolari gioielli (da lui stesso menzionati nelle sue opere), probabilmente indossati dalla stessa Augusta.
    Per approfondimenti:
    https://www.queendido.org/agrippina.htm

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